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Recovery Plan: Draghi corre, la maggioranza di lite e di governo arranca

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Il ripensamento sul «sì» al Recovery dei Paesi frugali è stato tanto repentino da suscitare qualche dubbio

Draghi corre, la maggioranza insegue fra ipocrisie varie e l’Italia zoppica. Che il Recovery fund, più che un ‘Piano’ fosse un ‘contratto’ – e, come tale, nascondesse più insidie che vantaggi – era prevedibile, chiaro ed evidente, sin dal principio. Bastava leggerne, con attenzione, indicazioni, meccanismi e condizioni.

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Solo chi non voleva, poteva non accorgersi delle conseguenze che potevano derivarne. Ed è proprio ciò che hanno fatto i signori del Conte 2, prima, e della grande ammucchiata, poi. I primi, anzi, hanno continuato a lungo ad attribuire a Giuseppi e a se stessi i meriti per l’iniziativa di Bruxelles. Allo stesso modo, i secondi (quelli di prima più Lega e Forza Italia) hanno finto di non rendersi conto delle difficoltà operative e degli ostacoli per la definizione dei termini di attivazione e la sua attuazione.

Criticità, per altro, non ancora del tutto risolte. Per cui a quasi un anno dall’approvazione del Recovery all’Europarlamento, le «chiacchiere» stanno ancora a zero. Anche se, un twitter del commissario europeo per il bilancio Johannes Hann, fa sapere che, finalmente, la telenovela della sua ratifica da parte degli Stati membri si è conclusa e tutti i 27 hanno detto «si». Ora la Commissione può rivolgersi ai mercati per recuperare le risorse necessarie.

Di più, lo stesso commissario austriaco al bilancio si è detto fiducioso che da adesso la strada da percorrere sarà tutta in discesa e per giugno il Next Generation Eu potrebbe anche levare le ancore. Staremo a vedere. E ciò, senza dire che questa giravolta dei ‘frugali’ – appena qualche giorno addietro avevano sostenuto che, prima di concedere il via libera al Recovery, si sarebbero presi tutto il tempo necessario per valutare i Pnrr degli altri Stati membri – è stata così repentina da far sorgere, anche alla luce di quanto è successo in tantissime occasioni precedenti, qualche dubbio sulla sua ‘gratuità’.

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In ogni caso, Draghi prosegue per la propria strada, senza preoccuparsi più di tanto di quello che succede a Bruxelles – dove, quando serve, fa valere la propria autorevolezza e, se potesse contare su di una maggioranza vera, potrebbe ottenere anche di più – e nella grande ammucchiata «di lite e di governo». Tant’è che, venerdì scorso, ha fatto approvare dal cdm, il decreto Recovery con le norme su semplificazione e governance Pnrr.

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Una sorta di Politburo i cui poteri di controllo sui 120 miliardi di spesa destimati alle grandi opere (otto delle quali già indicate: 1. Realizzazione asse AV/AC Palermo-Catania-Messina; 2. Linea Verona Brennero -opere di adduzione -; 3. Realizzazione AV/AC Salerno-Reggio Calabria; 4. Collegamento con la linea ferroviaria AV Battipaglia-Potenza-Taranto; 5. Realizzazione opere di derivazione della Diga di Campolattaro in Campania; 6. Ammodernamento del sistema del sistema idrico di Peschiera nel Lazio; 7) Realizzazione infrastrutture Porto di Trieste; 8. diga foramea), di cui, come si può vdedere 4 sono destinate al Sud, che resteranno anche dopo di lui e senza di lui.

Mentre sta cercando di quadrare il cerchio per il varo della cabina di regia per i primi 24 miliardi che in conseguenza delle repentina accelerazione potrebbero (il condizionale resta d’obbligo) arrivare a luglio. Anche a dispetto di quella sinistra che dopo averne a lungo negato l’esistenza, improvvisamente si è accorta che le condizionalità ci sono e storce il muso, temendone le conseguenze.

Non quelle economico-finanziarie che, nel caso, saranno pesantissime, ma ricadranno sui cittadini. Non dimentichiamo che dei 209,5 miliardi destinati a noi, 127,4 sono da restituire – dal 2027 al 31/12/58 – e 82,1 a fondo perduto. Una sovvenzione, anche questa, tutt’altro che indolore. Perché, essendo i 750miliardi complessivi del Recovery, risorse che provengono dai mercati finanziari, tutti i Paesi dovranno contribuire a restituirle, con nuove imposte (plastica, carbonio, digitale, CO2, ecc.) e contributi nazionali al bilancio comunitario.

A conti fatti, quindi, tra gli 82,1 miliardi da avere e il contributo da 40,6 da dare, l’ammontare complessivo del fondo perduto che, poi, è l’unico vero contributo Ue all’Italia sarà di appena 41,4miliardi. A preoccupare lorsignori, in realtà, sono le riforme da fare.

Perché Draghi discute con tutti, ma resta sempre della propria idea che raramente combacia con quella dei partiti di governo e decide da solo o quasi; perché sono tante (49 entro il 2022 di cui 9 entro il 2021); perché se non fatte o non in linea con l’Ue, significa perdere le risorse. Se fatte bene, (dopo l’approvazione del dl ‘Semplificazioni’; ci sono ‘Giustizia’, ‘Lavoro’ e ‘fisco’) rischiano di ridurne e non poco il potere di condizionamento e di ricatto, costringendoli a rinunciare al proprio sport preferito: il giustizialismo. E Di Maio abiura se stesso, ai 5s e si scopre garantista.

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