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Vaccini AstraZeneca solo per over 60. Draghi ostenta sicurezza, ma il piano vaccinale è a rischio

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Colpo di scena per i vaccini AstraZeneca. L’ennesimo. La riunione di ieri sera tra governo e Regioni, infatti, si è chiusa con la decisione che il vaccino anglosvedese sarà somministrato soltanto agli over 60. Troppi i rischi di trombosi per i più giovani, anche se assicura Gianni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, AstraZeneca rimane «un buon vaccino, i dati inglesi ce lo confermano: con una sola dose, hanno abbattuto la mortalità e la morbilità in maniera eccezionale».

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Ciononostante, continua sempre Rezza: «In base ai nuovi dati che abbiamo, si modificheranno le indicazioni d’uso del vaccino. Il dato positivo è che con la somministrazione del vaccino AstraZeneca agli over 60 si accelererà la vaccinazione degli anziani». E come chiarisce nel corso della riunione il ministro Roberto Speranza: «Ci mettiamo subito a scrivere la circolare sulla somministrazione del vaccino AstraZeneca agli over 60. Bisogna essere chiari e netti».

Insomma, non c’è pace per questo vaccino su cui già nelle scorse settimane si erano addensati interrogativi che avevano portato a uno stop per un supplemento di indagine da parte dell’Ema. Mentre sembrava che tutto fosse stato superato ecco la nuova tegola che rischia di abbattersi sul piano vaccinale stabilito dal governo. E senza contare che su AstraZeneca si è celebrato l’ennesimo fallimento dell’Unione europea che ha sostanzialmente lasciato liberà ai singoli Stati decidere le limitazioni di età per le somministrazioni. Della serie non c’è mai limite al peggio.

Tornando in Italia il rischio è che lo stop ai vaccini AstraZeneca si scarichi sul piano vaccinale mettendolo in crisi. In primo luogo ci sarà la questione delle seconde dosi da affrontare, su cui proprio nel corso della riunione il governatore del Veneto, Luca Zaia, aveva chiesto chiarimento: «Se l’indicazione è di non somministrare Astrazeneca agli under 60 verrà rispettata ma abbiamo bisogno di indicazioni certe dal governo, soprattutto per quanto riguarda le seconde dosi».

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Interrogativi ai quali il ministro Speranza ha assicurato che sarà prontamente data una risposta. E non potrebbe essere diversamente perché con circa due milioni di dosi di vaccini AstraZeneca che ancora giacciono nei frigo e oltre un milione e 200mila persone, tra docenti e forze dell’ordine, che attendono la seconda dose a maggio è necessario correre subito ai ripari. Al momento il premier Draghi ostenta calma convinto che il target di 500mila vaccinazioni al mese sia ancora un obiettivo alla portata.

Dal canto suo il commissario Figliuolo ha assicurato che il piano vaccinale non cambierà perché con la raccomandazione di vaccinare la fascia 60-79 anni sarà interessata una «platea di circa 13,6 milioni di persone, delle quali oltre 2,2 milioni hanno già ricevuto la prima dose». Inoltre, sulla base degli approvvigionamenti in corso, nel mese di aprile potranno esserci consegne superiori del 15-20 per cento rispetto alle previsioni. Da qui la considerazione che la vicenda Astrazeneca potrebbe non avere ricadute negative sulla campagna di vaccinazione.

È quello che si augura anche il premier Draghi che punta proprio sul procedere spedito della campagna vaccinale per arrivare a fine mese all’appuntamento che sta a cuore a tanti e cioè quello delle riaperture. Mr Bce come suo stile non parla e continua a rimanere aggrappato ai numeri e ai dati della pandemia, unica bussola che potrà consentire davvero di abbassare il livello delle misure.

Su questo punto Matteo Salvini marca stretto il premier, al quale da giorni chiede un incontro proprio sulle riaperture. Intanto, anche ieri ha ribadito che «non sono tollerabili chiusure ideologiche che rischiano di rovinare milioni di famiglie e di attività», e che «la Lega è dalla parte di chi protesta pacificamente e chiede di riaprire le proprie attività, a patto che i dati sanitari lo consentano».

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Al partito delle riaperture da ieri si è iscritto anche Luigi Di Maio, il quale finora su questo punto aveva mantenuto un profilo molto basso: «Dobbiamo riaprire l’Italia e dobbiamo farlo in sicurezza. È da oltre un anno ormai che combattiamo contro questo virus, la pandemia ha stravolto le nostre abitudini» e «per alcune categorie di lavoratori ha avuto un impatto devastante: a queste famiglie il governo deve dare risposte».

L’ex leader del M5S guarda a «un nuovo decreto che aiuti le piccole e medie imprese», che il governo dovrà approvare dopo aver messo in sicurezza il dl Sostegni che per Di Maio «si può considerare un primo passo, ma da solo non può bastare».

Sostegni che è in discussione in Senato e che ha fissato per venerdì la scadenza degli emendamenti, mentre per l’inizio della prossima settimana sono previste le prime votazioni. Un decreto imprese che, senza dubbio, si legherà al nuovo scostamento di bilancio che dovrebbe arrivare in Parlamento prima della fine di aprile insieme al Def.

Insomma, vaccini-riaperture-nuove risorse, sembra essere questa la sequenza da seguire anche se non mancano nella maggioranza le contraddizioni come nel caso del voto di ieri sulla mozione di FdI, poi sostenuta da tutto il centrodestra, per sospendere il cashback e investire le risorse risparmiate, circa 5 miliardi di euro per le categorie in difficoltà. Soldi freschi che in questo momento avrebbero senza dubbio fatto comodo. Invece, Pd e M5S hanno affondato al Senato la mozione, mentre Lega e Forza Italia, anche se firmatarie, si sono astenute rimanendo a guardare l’affondamento del provvedimento.

«In piena pandemia l’Italia butterà 5 miliardi di euro per la lotta al contante e la lotteria degli scontrini invece di destinare quelle risorse per salvare aziende in crisi e posti di lavoro a rischio», ha tuonato Giorgia Meloni, puntando il dito contro «i partiti che sostengono il governo Draghi» che «hanno scelto ufficialmente di allinearsi alla posizione del Pd e del M5S». Parole che sembrano voler ricordare l’avvertimento che proprio la leader di Fratelli d’Italia, in occasione della formazione del governo Draghi, lanciò a Lega e Forza Italia, e cioè che a dare le carte in maggioranza sarebbe stato sempre il blocco giallorosso.

Ma non è soltanto il voto sulla mozione ad agitare le acque nel centrodestra, c’è soprattutto la questione del Copasir dove, forte della lettera «pilatesta» (copyright capogruppi FdI Camera e Senato) di Fico e Casellati, il presidente leghista Raffaele Volpi non ha intenzione di lasciare il posto a un esponente di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso. Resistenza che sta scavando un solco profondo nell’alleanza e che rischia di gettare un’ombra anche sulla scelta dei candidati per le prossime amministrative.

E per oggi alle 14 è prevista la riunione del Copasir e c’è grande attesa per le comunicazioni dello stesso Volpi; non si esclude che FdI possa decidere di disertare le riunioni, una delle mosse che sembra avere in serbo il partito di Giorgia Meloni, che non ha alcuna intenzione che la legge che prescrive che la presidenza del Comitato vada un esponente dell’opposizione sia così platealmente disattesa.

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