Vaccini Covid19, Europa: siamo molto uniti, ma ognuno fa come vuole

La potenza dell’industria farmaceutica si dimostra uguale a quella delle reti sociali d’informazione, Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, tanto che la loro influenza, sia in termini di politiche di sanità pubblica sia in tema d’orientamento geopolitico, non cessa di aumentare.

Abbiamo assistito alla confusione dell’Unione europea nelle ordinazioni comuni dei vaccini e a quella dei vari governi nell’acquisto, nella gestione e nella loro somministrazione: il confinamento delle popolazioni o piuttosto il loro accerchiamento liberticida sono tuttora prove che dimostrano, purtroppo, il fallimento, per non parlare di pesante incapacità gestionale.

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La recente confusione sorta attorno al vaccino AstraZeneca ha certamente alimentato le polemiche sull’improvvisazione europea; polemiche che non si sono ancora placate in seguito alle continue notizie di decessi seguiti alla sua somministrazione, prova evidente che questi vaccini si debbano considerare ancora in fase sperimentale.

Planando come da un suo mondo parallelo, il commissario europeo preposto al mercato interno, Tierry Breton, continua a dichiarare che l’Unione non ha bisogno del vaccino russo sputnik V e che potrà raggiungere entro il 14 luglio quell’immunità collettiva tanto sperata se soltanto saranno rispettati i calendari di consegna delle dosi alternative già ordinate.

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E qua il discorso europeo diventa cacofonico con la Germania di Angela Merkel pronta a ordinare le dosi del vaccino russo se non lo dovesse fare l’Unione come strategia comune e con l’Italia che sta addirittura impiantando nei pressi di Roma un laboratorio che potrà produrre in loco il vaccino russo, dopo aver bloccato una spedizione di AstraZeneca prodotta in Italia ma destinata a paesi extra europei.

Con la vicenda del vaccino russo Sputnik, l’Unione europea sembra essere entrata in uno dei suoi psicodrammi, addirittura in una “vaudeville”, in un’opera comica da cabaret.

Malgrado il “doppio carpiato” lanciato la scorsa primavera dalla rivista scientifica Lancet sul remdesivir, la rivista principe del mondo medico-sanitario non è riuscita ancora a convincere le autorità europee dell’efficacia del vaccino russo, calcolata a oltre il 91% senza peraltro effetti secondari degni di nota.

Ma l’Unione si ricorda di essere arrabbiata con la Russia e che dal 2014 sono ancora attive le sanzioni contro il Paese a causa della crisi ucraina e dell’annessione della Crimea e che l’autorizzazione allo Sputnik non è urgente né sarebbe al momento possibile perché per fare parte di un programma di vaccinazioni dell’Unione, i fabbricanti devono avere capacità di produzione sul territorio europeo.

La vicenda del vaccino russo, tanto osteggiato dall’Unione europea, sta dimostrando chiaramente quanto sia preferibile una gestione nazionale delle politiche di sanità pubblica rispetto alla paralisi che può offrire invece questa gestione multicefala a 27 teste.

Quando l’agenzia europea del farmaco tergiversa prima di accordare l’autorizzazione temporanea per l’utilizzo del vaccino russo, nonostante la sua efficacia sia riconosciuta al 91% dal mondo scientifico e quando la commissione, nella logica delle sanzioni contro la Russia, continua a disprezzare e provocare il premier Putin, non si può più negare che, anche limitatamente alla momentanea strategia vaccinale, quest’Unione Europea, votata alla sua ideologia ed ebbra d’impotenza, continui a spingere la Russia sempre più fuori dall’Europa.

Resta da sperare che la dimostrata efficacia del vaccino russo possa far superare ogni possibile difficoltà e soprattutto l’agnosticismo dell’Agenzia europea del farmaco, piccata dal fatto che la candidatura dello sputnik non le sia stato direttamente presentato ma le sia pervenuto solo attraverso il gruppo di coordinamento delle 27 agenzie nazionali.

Un’ulteriore verifica di una delle regole non scritte dell’Unione europea: «siamo molto uniti ma ognuno fa come meglio ritiene opportuno».

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