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Draghi in Parlamento striglia le Regioni e si appella alla speranza. Ma per Letta e Conte esistono sole le poltrone

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Pasqua potrebbe essere la linea di confine. A farlo intendere il premier Mario Draghi che ieri in Parlamento ha anticipato i temi che saranno oggetto di discussione della due giorni di riunioni del Consiglio europeo. Un discorso che è ruotato attorno a un verbo: speriamo. Appunto, la speranza quella alla quale Draghi, ma in fin dei conti tutti gli italiani, punta ad aggrapparsi per uscire da un anno di divieti, limitazioni e privazioni sia sul piano personale e sia su quello economico.

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Pasqua potrebbe essere quel turning point che in tanti attendono. Quel momento di svolta. E’ chiaro che tutto dipenderà dalla campagna vaccinale e dalla capacità che lo Stato e le Regioni avranno nell’intensificare l’operazione di vaccinazione della popolazione.

Da qui la strigliata giunta da Mr Bce alle Regioni, colpevoli a suo dire di andare ognuna per conto loro: «Mentre alcune Regioni seguono le disposizioni del Ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale. Dobbiamo essere uniti nell’uscita dalla pandemia come lo siamo stati soffrendo, insieme, nei mesi precedenti. Tutte le Regioni devono attenersi alle priorità indicate dal Ministero della Salute».

Parole dure rafforzate dalla convinzione che «solo con una sincera collaborazione tra Stato e Regioni, in nome dell’Unità d’Italia, il successo sarà pieno». Una vera e propria tirata d’orecchie nei confronti di chi non rispetta la tabella vaccinale stabilita dal governo, perché soltanto attraverso il rigoroso rispetto di questa è possibile tornare a vivere. Draghi, infatti, punta a quelle 500mila vaccinazioni al giorno che potrebbero portare in breve tempo a raggiungere quell’immunità di gregge che è il vero obiettivo del premier. Un orizzonte fissato per l’estate di quest’anno.

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Nel frattempo, però si pensa all’immediato e per la precisione a cosa accadrà dopo Pasqua. La sensazione che si sta facendo sempre più strada è quella di un’attenuazione delle misure, soprattutto per quanto riguarda la scuola d’infanzia e primaria. Draghi ne ha parlato apertamente in Parlamento: «Mentre prosegue la campagna vaccinale, è bene cominciare a pensare e pianificare le riaperture. Se la situazione epidemiologica lo permetterà, cominceremo dalla scuola, al termine dell’efficacia. Almeno primaria e infanzia, anche in zona rossa, alla fine delle misure restrittive in vigore, già dopo Pasqua, speriamo».

Appunto, speriamo. Non tutto è stabilito e molto dipenderà dal progresso della curva epidemiologica, ma la sensazione è che si vada in quel senso. Lo confermano anche le parole del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, il quale ha spiegato: «Mentre prosegue la campagna vaccinale, è bene cominciare a pensare e pianificare le riaperture. Se la situazione epidemiologica lo permetterà, cominceremo dalla scuola, al termine dell’efficacia. Almeno primaria e infanzia, anche in zona rossa, alla fine delle misure restrittive in vigore, già dopo Pasqua, speriamo».

Dietro questa scelta ci potrebbero essere almeno due ragioni tra loro collegate anche se contrastanti: una di carattere politico e cioè quella di dare un segnale di fiducia agli italiani tornando a riaprire le scuole, anche se limitate soltanto all’infanzia e alle primarie; l’altra, la constatazione che il sistema dei trasporti è il vero veicolo del virus e che non avendo fatto nulla per migliorarlo va limitato al massimo.

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Si spiegherebbe così la decisione di tenere chiuse le scuole medie e superiori, che, come si sa, portano più gente a spostarsi e quindi ad utilizzare i mezzi pubblici e alimentando così le occasioni di contagio. Un’ammissione, chiaramente indiretta, di fallimento sulla gestione dei trasporti che sono ben lungi dal non essere causa del contagio.

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Più in generale è possibile che dopo Pasqua per almeno una settimana le misure restrittive siano prorogate in vista, poi, di un nuovo decreto legge che sulla base della divisione in zona dovrebbe portare a una mitigazione delle disposizioni. Ma come detto, si tratta di una speranza, di un auspicio o come ha ripetuto Draghi della volontà di «lanciare un messaggio di fiducia a tutti gli italiani».

Però, mentre parlava Draghi e si sbracciava in Parlamento per convincere tutti ad impegnarsi nella lotta alla pandemia il Pd e il M5S continuavano a guardare altrove, alle poltrone, a ingaggiare guerre interne per i posti di potere e a ipotizzare futuri scenari, tutto ciò quasi come se il Covid non esistesse più. Per quanto riguarda i Dem Enrico Letta dovrebbe aver vinto la sua contesa con il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, tanto che questa mattina sarà eletta un nuovo presidente, donna, Simona Malpezzi che però adesso dovrà lasciare il posto da sottosegretario.

Enrico Letta e Giuseppe Conte

Ma la notizia di giornata è il confronto, il primo, tra Letta e Giuseppe Conte, quest’ultimo ancora sulla via di conquistare la leadership del M5S. In attesa, comunque, l’ex premier si è confrontato con il leader Pd in un colloquio che, come ha spiegato Letta in un tweet, è stato «molto positivo, tra due ex che si sono entrambi buttati, quasi in contemporanea, in una nuova affascinante avventura».

A sua volta Conte ha parlato di un confronto «proficuo e utile», annunciando l’apertura di un «cantiere», con lo sguardo rivolto al voto nelle grandi città, primo grande banco di prova per l’alleanza: «Sulle amministrative c’è la volontà di confrontarsi e trovare soluzioni efficaci. Chi va da solo è meno efficace». Insomma, per Conte il Pd è «l’interlocutore privilegiato» del nuovo M5S.

Tutto questo, come detto, mentre prima al Senato e poi alla Camera Mario Draghi strigliava le Regioni, infondeva fiducia agli italiani e ipotizzava un possibile e graduale ritorno alla normalità. Non c’è che dire un esempio lampante di chiara dissociazione non soltanto dalla realtà, ma dai bisogni degli italiani. Confermato, poi, dai risultati elettorali sempre più deludenti. Insomma, chi voleva una risposta del perché l’Italia non sia tornata a votare dopo il fallimento del Conte bis adesso può dire di averla trovata.

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