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Emergenza lavoro, Capone (Ugl): «Urge concertazione e interventi strutturali. Bisogna superare lo scontro di classe»

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Al congresso straordinario UGL napoletano per l’elezione del nuovo segretario UTL di Napoli ha partecipato anche il segretario generale nazionale Francesco Paolo Capone soddisfatto per l’elezione di Panico, ha sottolineato come questi da segretario regionale abbia dimostrato di essere «in questo periodo non solo il rappresentate di una delle categorie del terziario che si è mosso con più capacità aggregativa ma anche di aver le capacità di rappresentare non più la singola categoria ma tutta quanta l’Ugl in un  territorio – come la Campania – che consideriamo più importante per noi».

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«La Cisnal – spiega Capone – nasce nel 1950 proprio qui e il territorio di Napoli rappresenta una delle punte di diamante dell’organizzazione. Panico quindi ha il compito gravoso di svolgere un ruolo che è sotto i riflettori ma che è di grande soddisfazione se fatto bene. Inizia sotto i migliori auspici, in una sede nuova che ha individuato e organizzato lui. E’ una sede bellissima, ha uno spazio importante per i servizi».

«E’ una sede che ritorna a disposizione, in un quartiere popolare, dei lavoratori, delle persone che hanno bisogno delle organizzazioni sindacali per quelle che sono le loro problematiche in termini di vertenze di lavoro, singole, collettive, sociali o semplicemente per i servizi fiscali, piuttosto che quelli previdenziali. Una segreteria che nasce sotto i migliori auspici».

«Dall’elezione di Gaetano Panico ci aspettiamo – afferma – che la nostra presenza sul territorio si consolidi e aumenti ulteriormente la nostra vicinanza alle imprese e ai lavoratori che vivono nelle aziende che sono più in difficoltà, ma anche alla distribuzione e al commercio, ai piccoli e medi commercianti, da quelli che hanno i bar, i ristoranti. Credo che questo sarà un periodo, post pandemia, da marzo in poi, decisamente complesso, dove sarà difficile trovare soluzioni però dovremo essere un sindacato innanzitutto in grado di ascoltare quali sono le esigenze dei lavoratori e intervenire dove ci sarà data la possibilità. Questo è quello che ci aspetta e noi non ci tireremo indietro»

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Un compito gravoso ma che non sempre è stato agevolato dalla politica

«C’è una grande differenza tra chi fa politica e chi fa sindacato. Chi fa politica si confronta con gli elettori una volta ogni 5 anni. E in cinque anni ti perdonano anche qualcosa. Conte per esempio non è stato eletto nemmeno al condominio di casa. Mentre il sindacalista ha molte difficoltà per convincere una persona ad associarsi, si confronta tutti i giorni e tutti momenti quindi non puoi aspettare 5 anni. Se una mattina non saluti l’iscritto, mentre vai nell’azienda, lo perdi. Siamo sotto osservazione dei nostri aderenti, possiamo raccontare poche bugie e dobbiamo avere un comportamento sempre finalizzato a realizzare i compiti che ci sono stati affidati. Il lavoratore sa che il sindacalista deve risolvere i suoi problemi. E Gaetano e tutta la nostra classe dirigente lo sanno fare bene».

Tante le vertenze in atto tra Napoli e provincia, cosa possono fare i sindacati?

«I sindacati svolgono una funzione  di antenna sui territori e sono anche i conoscitori dei meccanismi che stanno dietro le cause che hanno provocato le vertenze. Il problema vero è che da un po’ di tempo a questa parte, a causa un po’ dell’emergenza Covid, un po’ per una stagione di disaffezione nei confronti delle organizzazioni sindacali da parte delle forze governative  si è appalesata l’idea che alla fine i corpi intermedi siano semplicemente così una rottura di scatole che si possa evitare perché «noi trattiamo direttamente».

«Ecco questo porta ovviamente a trovare meno soluzioni e a non comprendere perfettamente quali sono i problemi perché ogni sindacalista ha la capacità di relazionarsi con le persone e di acquisire una serie d’informazioni che ci portano ad aiutare a risolvere i problemi. Ma la responsabilità politica è la responsabilità politica e i corpi intermedi fanno il mestiere loro di aiutare a trovare soluzioni».

«Ma c’è un difetto di fondo, la maggior parte delle organizzazioni sindacali d’Italia basa i suoi principi sul conflitto di classe, l’origine Marxista nei quali si riconosce soprattutto la Cgil, la Uil è un po’ più moderata, la Cisl non dovrebbe ma segue lo stesso filone. Noi invece siamo l’unica organizzazione sindacale che sul cui statuto è scritto che siamo per il superamento della lotta di classe e per la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa».

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«Un meccanismo di relazioni sindacali completamente modificate dove l’interesse dell’azienda deve andare di pari passo con quello dei lavoratori. Se si trova questo mix noi avremo la crescita del lavoratore, la crescita dell’azienda e avremo anche la crescita del Paese.  Noi non ci vergogniamo di dire che il Paese cresce se chi produce cresce e chi lavora cresce insieme a chi produce».

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Però sempre più aziende impongono le loro decisioni

«Questo perché sono frutto della stessa logica. Cigl, Cisl e Uil lavorano sul conflitto di classe. ll 90% di Confindustria lavora sullo stesso modello. Ormai hanno costruito un’abitudine nel confronto che è fatto del “io sono io e tu non sei nessuno”. Dall’altra parte c’è la logica di considerare il padrone come lo sfruttatore».

«Questo poteva andar bene all’inizio del 1900 fino al 1950/70 ma io credo che oggi i tempi siano maturi per stabilire per legge (in realtà lo prevede l’articolo 46 della Costituzione) che i lavoratori all’interno del quadro legislativo presente possono partecipare alla gestione dell’impresa, quindi alle decisioni, al raggiungimento degli obiettivi e anche alla divisione dei benefit finali che rappresentano il valore aggiunto. Perché se diamo un pezzettino di plusvalore anche ai lavoratori probabilmente lavoreranno meglio e insieme all’imprenditore costruiranno».

I politici però molto spesso, in questi anni, non hanno aiutato il dialogo, hanno fatto più operazioni di facciata e di solidarietà al lavoratore ma non molto di più.

«Perché è più facile – spiega Capone -, prendersi la responsabilità vuol dire che anche i lavoratori, ma anche le istituzioni, dovrebbero avere la capacità di dire che ci sono aziende che non possono continuare a produrre a determinate condizioni quel determinato prodotto. Non è vero che tutto è possibile se un’azienda non funziona, se quel prodotto sul mercato non ci sta, se il costo di produzione è troppo elevato va trovata una soluzione che non può essere l’assistenzialismo».

«O si cambiano le linee di produzione, e si fa uno sforzo infrastrutturale che deve fare la proprietà che deve essere supportata dalle istituzioni. Nel nostro Paese gli interventi non sono mai strutturali».

«All’Ilva, per esempio, da anni e anni avrebbero dovuto fare questi interventi. I Riva e adesso ArcelorMittal non è che sono gli sfruttatori. Era un’azienda pubblica che nel 1970 già inquinava il territorio di Taranto. Ed era pubblica, era dell’Iri. Lì lo Stato ha smobilitato tutte le partecipate e quando le tecnologie avrebbero consentito di fare forni non a carbone ma elettrici, come ci sono per esempio a Terni dove funzionano benissimo e rendono la produzione anche più conveniente e molto meno inquinante, ma non lo hanno fatto. Bisogna prendersi le responsabilità di dare indicazioni precise e piuttosto che fare interventi tampone sulle strutture. Io credo che la politica, non solo l’ultimo governo, deve fare ancora molto.

Però c’è qualcuno che ha ricominciato a parlare di gabbie salariali che non sembrano la soluzione. Una soluzione potrebbe essere la paga partecipativa.

«Firmerei subito. Ma c’è un modello che va cambiato. I tempi secondo me sono maturi. Ma mi sembra che le resistenze sono altissime rispetto a questo, per abitudine e per consuetudine, ma anche perché dietro al fatto dello scontro ci sono gli imprenditori che addossano le colpe ai sindacati, dall’altra parte ci sono i sindacati che dicono che è colpa del padrone e tutto questo continua a mantenere uno status quo che non è più possibile».

«Questi sono modelli che sono stati teorizzati in Italia, dal ‘30 al ‘45 più o meno, e che la Svezia applica, la Germania applica, tutti i paesi del Nord Europa applicano con un livello di conflittualità sindacale bassissimo, raramente fanno uno sciopero. Però quando lo fanno ssi ferma tutto».

Da noi però non capita. «Ma si può – afferma Capone – fare uno sciopero per il pubblico impiego, per quanto legittima come richiesta perché il contratto non viene rinnovato da anni, in piena pandemia chiedendo un aumento quando ci sta tutto il mondo del privato che non sa se quando finirà il blocco dei licenziamenti troverà il modo di lavorare? Hanno ragione a chiedere il rinnovo, ma non è questo il momento. E i risultati si sono visti – noi siamo l’unico sindacato che non ha aderito a rischio di essere presi a pomodori in faccia – hanno aderito il 3,2% dei lavoratori».

© Riproduzione riservata

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