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Conte elemosina l’aiuto dei ‘volenterosi’ per restare a Palazzo Chigi

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Tutto come da copione ieri alla Camera. Giuseppe Conte raggiunge, anche se per poco, la maggioranza assoluta e segna a proprio favore il primo round nel duello a distanza con Matteo Renzi. In tutto 321 deputati hanno dato la fiducia al Conte bis. Insomma, 6 voti in più della maggioranza assoluta fissata a 315. Decisivi gli ex del M5S, in tutto 7, e la forzista Renata Polverini che ha votato la fiducia ed abbandonato Forza Italia. Un quadro che conferma il filo sottile che tiene questo governo.

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Ed oggi il passaggio al Senato, quello sì più delicato e difficile al punto che ormai sembra essere quasi certo che il governo e i partiti che lo compongono dovranno accontentarsi di una maggioranza relativa. Il pallottoliere di Palazzo Madama dice 156/158 senatori. Questi dovrebbero essere i numeri a cui si fermerebbe il governo, al netto di possibili colpi di scena dell’ultimo momento.

Un risultato che all’interno della maggioranza fa storcere a più di qualcuno il naso, come confermano le parole di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, il quale proprio al termine della votazione a Montecitorio spiega: «Non faccio pronostici, secondo me 159 o 161 cambia più per il simbolo che per la sostanza. Ho già detto che non si governa con maggioranze risicatissime».

Mentre il centrodestra al termine dell’ennesimo vertice tra le altre cose commenta: «Il Senato confermerà il fatto che il governo di Giuseppe Conte è un governo di minoranza: gli italiani meritano ben altro».

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Governo di minoranza di cui sembra esserne consapevole anche il premier Conte, il quale nel suo intervento non fa mistero di dover andare a caccia di consensi tra i senatori. Nel suo intervento, durato all’incirca 50 minuti, li chiama ‘volenterosi’ nella consapevolezza che «il governo ha bisogno di massimo consenso possibile e il più ampio consenso in Parlamento. Servono un governo e forze parlamentari volenterose e consapevoli delle difficoltà che stiamo attraversando e della sua delicatezza, donne e uomini capaci di rifuggire da egoismi inutili e personalismi, disponibili a mantenere una elevata dignità nella politica».

Appello che Conte rivolge per «poter acquisire contributo politico di formazioni che si collocano nella più alta tradizione europeista: liberale, popolare, socialista. Ma chiedo un appoggio limpido e trasparente». Il tutto però visto anche in prospettiva, perché il premier chiede che questa alleanza sia legata a logiche «a vocazione europeiste, perseguendo una chiara scelta di campo contro derive nazionalistiche e logiche sovraniste».

Insomma, Conte consapevole di non avere i numeri chiede aiuto e lancia l’allarme ai senatori affinchè sostengano il suo governo. Ammissione e allo stesso tempo segnale di debolezza che potrebbe costare caro al governo in termini di ricattabilità.

Accanto a questo non manca la stoccata velenosa alla crisi aperta dai renziani, anche se Conte evita di affondare il colpo e di puntare il dito platealmente contro Renzi: «Avverto un certo disagio, sono qui non per annunciare nuove misure a sostegno dei cittadini e delle imprese, o la bozza ultima e migliorata del Recovery plan, ma per spiegare una crisi di cui immagino i cittadini e io stesso non ravviso alcun plausibile fondamento».

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

E continuando chiarisce che questa crisi ha «provocato sgomento nel paese e rischia di produrre danni notevoli e non solo perché ha fatto salire lo spread, ma perché ha attirato l’attenzione dei media internazionali, delle cancellerie straniere. Diciamolo con franchezza, non si può cancellare quello che è accaduto». Da qui la constatazione che «arrivati a questo punto, bisogna dirlo con franchezza, non si può cancellare quel che accaduto, non si può pensare di recuperare quel senso di fiducia necessario per lavorare».

Conte non si spinge oltre nel suo je accuse a Renzi, ma è nell’offerta politica che il premier va oltre spiegando che «nei prossimi giorni completeremo il percorso già avviato per un patto di legislatura per definire le riforme più utili e per rafforzare la squadra di governo». Ed anche che «mi avvarrò della facoltà di assegnare un’autorità delegata di Intelligence sui Servizi, una persona di mia fiducia. Teniamo fuori il comparto di Intelligence dalle polemiche».

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Resa completa a quanto chiesto da Renzi ma anche dal Pd, che da tempo insiste per rimpasto e patto di legislatura. Ma a completare il quadro l’assicurazione che «il governo si impegnerà a promuovere un impianto di riforma elettorale di impronta proporzionale, ovviamente quanto più condivisa, che possa coniugare l’esigenza di rappresentanza con quella pur ineludibile di garantire governabilità». In breve, l’assicurazione sulla vita del governo Conte bis passa da questi punti.

Chiaramente è tutto da verificare che poi su questo il premier mantenga gli impegni e davvero avvii il rimpasto, sottoscriva un patto di legislatura e poi accompagni il processo di riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Ma almeno per il momento bastano queste parole pronunciate nell’Aula della Camera.

Matteo Renzi Italia Viva
Matteo Renzi

Matteo Renzi dal canto suo osserva e ascolta con attenzione. Si intesta la promessa di Conte di cedere al delega sui servizi: «Ci sono volute le nostre dimissioni perché finalmente capisse che andava lasciata», ma continua a rimanere critico verso il premier e il governo: «Penso che Conte non voglia dimettersi, fa la mossa dell’arrocco. Blocca di fatto l’attività istituzionale, perché non avendo i numeri al Senato perde tempo cercandoli. Ed è un errore politico. Perché non arrivano a 161».

Intanto per Palazzo Madama la strategia renziana è quella dell’astensione, mossa che consentirà di agevolare il governo nel raggiungere la maggioranza relativa e dall’altro consente di tenere sopite le tensioni ed evitare possibili fughe. Ma soprattutto permette ai renziani di non chiudere definitivamente la porta al governo. Infatti, se non dovesse raggiungere la quota di 161 il governo potrebbe avere i giorni contati ed ecco che Italia Viva ritornerebbe in gioco. Per questo la linea al momento è di astenersi e rimanere compatti.

Sul fronte dell’opposizione già si è detto del vertice e della denuncia di «governo di minoranza» rivolta al Conte bis. A parte questo in Aula Giorgia Meloni ha inchiodato il governo e Conte alle sue responsabilità, accusando quest’ultimo «di assumere la forma che chiede il suo mandante, come Barbapapà, prima di destra, poi di sinistra, poi socialista, prima a favore poi contro l’immigrazione clandestina, prima amico di Salvini, poi di Renzi, qualsiasi cosa pur di rimanere dov’è».

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

E sempre rivolgendosi a Conte e all’attivismo degli ultimi giorni di Clemente Mastella dice: «Voi la prima Repubblica la fate ampiamente rimpiangere. Allora c’erano gli stessi partiti che cambiavano il premier, adesso addirittura c’è lo stesso premier e cambiano continuamente quelli che lo sostengono». Per concludere un riferimento al Quirinale e al futuro del governo: Siete sicuri che il presidente della Repubblica vi consentirà di governare in assenza di una maggioranza assoluta? Dopo che nel 2018 si è rifiutato di dare l’incarico al centrodestra perché non c’era la certezza sui numeri. Pensate che le regole della democrazia valgono solo per il centrodestra? Le regole valgono per tutti».

Bisognerà però aspettare ancora qualche ora per vedere se davvero gli interrogativi della leader di Fratelli d’Italia saranno confermati dalla realtà. Il voto finale a Palazzo Madama dovrebbe esserci intorno alle 19.30 e verso le 21 dovrebbe essere tutto finito. Sarà maggioranza assoluta o relativa per il governo? Ci saranno sorprese dell’ultimo momento? E soprattutto se il governo dovesse uscire con una maggioranza relativa risicata il Quirinale davvero rimarrà in silenzio o si aprirà la crisi? Ancora poche ore…

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