Qual è il ruolo del politico: educare l’elettore o lasciarsi guidare da lui?

Sorridente, con gli occhiali anni settanta, abbastanza in sovrappeso, andava ripetendo: «Come vuoi che io tagli il salame? A fettine sottili? A tocchetti? Insomma, dimmi come tu vuoi ed io eseguo».

Nel suo ragionamento il salame c’entrava come «i cavoli a merenda», era un esempio efficace per spiegare cos’era – per lui si capisce – la politica e come andava praticata. Insomma, se si volevano voti e consensi, bisognava stare a guardare con attenzione l’elettorato e fare solo quello che si aspettava da te. Ne più ne meno. Nessuna iniziativa, nessun pensiero proprio. La politica, per lui, era come mettersi davanti ad un televisore e ripetere i gesti, le parole, gli atteggiamenti che andava vedendo. Senza aggiungere niente di suo.

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Il «salame» lo aveva sempre a portata di mano, ma mai una volta che lo tagliasse a suo piacimento, mai. Dal suo punto di vista il rischio che correva era quello di fare una brutta frittata; di perdere consensi. Erano gli altri, i suoi elettori, che gli comandavano il giusto taglio. E lui, senza batter ciglio, eseguiva anche quando il taglio «squartava» il delizioso insaccato, e lo rendeva immangiabile.

«Questa è la politica, bellezza!», secondo lui si capisce.

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Da questo ragionamento appare che la «conservazione del posto di lavoro» è collocata al primo posto dai «tagliatori di salame». Per questo non bisogna prendere iniziative pericolose: bisogna solo e solamente seguire le volontà degli elettori! Anche le più strane, le più assurde dettate da fatti di cronaca o da altre imprevedibili emotività.

Il tema è vecchio come il mondo: educare l’elettore a rischio di brutte batoste o seguirlo anche nelle sue stranezze, sempre battendo le mani, anche di fronte a colossali stupidaggini?

Una premessa va fatta. Una volta non si diventava «politico» per caso, per combinazione, per bellezza; per magheggi strani. C’era un percorso da seguire che, anche se con qualche accelerazione, non si poteva assolutamente evitare pure se eri l’amico più caro del “capo” del momento. La linea tracciata per arrivare alla meta comprendeva una dura gavetta fatta, tra l’altro, di corsi di formazione di mesi, presso qualificate strutture formative. Poi c’era la partecipazione, quasi quotidiana, a convegni, seminari di studio, eventi vari, e via proseguendo.

Non va dimenticata l’attenta formazione che ti veniva – anche se non era di carattere politico – dalla partecipazione agli oratori parrocchiali, ma anche dalle scuole di partito.

Insomma, era proprio un percorso faticoso con tappe ben definite: attività di partito, formazione, eppoi consigliere comunale. E se tutto procedeva per il meglio si potevano ricoprire anche altri prestigiosi ruoli. No, non poteva capitare che da un momento all’altro, da quasi sconosciuto cittadino, arrivassi a ricoprire, per esempio, il ruolo di ministero degli Esteri. Diciamo che nella tanta vituperata prima Repubblica questa cosa era impossibile. E per fortuna! Quando non si ha una preparazione ad hoc il ministro, di qualunque dicastero sia, diventa un burattino nelle mani della burocrazia che lo muove a suo piacimento, glorificandolo strumentalmente per avere sempre maggior potere.

Amintore Fanfani, grande politico italiano delle Democrazia Cristiana, negli anni tra il 1954 al 1987, è stato per ben tre volte presidente del Senato e sei volte presidente del Consiglio dei ministri. Si racconta che la prima cosa che facesse quando ricopriva un incarico era quello di rivolgersi ai “burocrati” assicurando loro che non gli avrebbe cambiato ruolo, come avveniva ad ogni cambio di ministro, ad una condizione: lealtà assoluta. Era una tecnica raffinata che consentiva al ministro di non doversi inventare «esperti» in certi settori e contemporaneamente, ai sicuri epurati, di rimanere al loro posto.

Berlusconi riteneva che un bravo imprenditore, anche se non avesse mai fatto politica, proprio perché imprenditore sarebbe riuscito nell’impresa. Forse si sarà ricreduto di questa sua affermazione fatta ai primi tempi della sua attività politica. No, un politico non s’inventa dall’oggi al domani. C’è bisogno di tanta, ma proprio tanta gavetta eppoi di formazione, tanta formazione. Se questo vecchio detto napoletano: «nessuno nasce imparato», vale per i normali cittadini tanto più vale per i politici. No, nessun politico «nasce imparato». Ci vogliono anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente per essere un vero e buon politico. Sembra invece che queste vecchie regole non servano più. L’isolamento è vincente!

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