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Super Sud, un tuffo nella storia: Il Papato, il ‘Mezzodì d’Italia’ e il Regno delle Due Sicilie

Occasionalmente, per questa settimana, in vista del Ferragosto, la terza parte di ‘Super Sud, un tuffo nella storia’ viene pubblicata di venerdì. La quarta parte sarà pubblicata sabato 22 agosto 2020.

Un enorme peso nella storia del Sud e del Regno delle Due Sicilie ha sempre avuto lo Stato Pontificio, con le sue voglie di egemonia, le sue lotte per il potere temporale, le sue preoccupazioni per possibili invasioni straniere dell’Italia e del proprio territorio, le alleanze sottoscritte per dribblare questi ‘fantasmi’ o quelle concluse, in occasione dei tanti e ricorrenti scismi, dagli aspiranti al soglio di Pietro, per avere la meglio su questo o quel concorrente, le conseguenti incoronazioni del sovrano amico e le scomuniche di quello avversario.

Al punto che, sottolineando come il divenire del Sud sia stato condizionato in maniera costante e determinata dalle vicende della chiesa, non si fa certo peccato. Anzi, non si fa che ribadire una verità inconfutabile.

Il predominio del Papato sul Regno del Sud, frutto anche di un errore strategico dei Guiscardi

Ferdinando Petruccelli della Gattina
Ferdinando Petruccelli della Gattina

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Una situazione di predominio che, probabilmente, fu anche conseguenza di un errore di valutazione (o ingenuità?) dei due Guiscardi e del Conte di Aversa che, pur avendo sconfitto nella piana di Cividale l’esercito pontificio e fatto prigioniero Papa Leone IX, poi gli si sottomisero, riconoscendo in lui l’erede di Cristo, e lo omaggiarono del dominio appena conquistato, chiedendogli e, naturalmente, ottenendo in cambio l’investitura. Con ciò attribuendo al Papato una sorta di prelazione e supervisione su tutto quanto avveniva in quello che Ferdinando Petruccelli della Gattina avrebbe successivamente definito “il Mezzodì d’Italia”.

Una concessione che, considerata la condizione di vantaggio in cui si erano venuti a trovare dopo la vittoria bellica, avrebbero potuto certamente evitarsi di fare, «giacché come principe del secolo li mosse guerra, jure belli e secondo le leggi della vittoria trattarlo siccome esso vi compariva. Ma come grossolani non bene arrivavano a capire quella distinzione di due persone in una, gli stessi ecclesiastici introdussero nella sua persona per non far con tanta mostruosità apparire alcune azioni che non starebbero troppo bene al Papa, come successore di San Pietro». E’ quanto scrive, infatti, Pietro Giannone nella sua Istoria Civile, il cui filo conduttore si sviluppa interamente attorno all’eterno dissidio fra Stato e Chiesa.

Un contrasto che si trascinerà per oltre cinque secoli, costringendo il reame a sacrificare, nell’affannoso tentativo di cancellare lo stato di soggezione fiscale nei confronti di Roma ed in quello di bloccarne l’irrefrenabile sconfinamento nel potere temporale, una quantità enorme di risorse, che altrove venivano utilizzate per la costruzione del nuovo Stato.

Basta pensare che nel diciottesimo secolo si continuava ancora a polemizzare sulla cosiddetta chinea (il tributo che i normanni dovevano corrispondere al Papa in cambio della loro investitura), del tributo e del vincolo feudale. Il Papa, ancora di più nel territorio napoletano, riuscì a portare avanti la propria politica medioevale: utilizzare tutti i mezzi spirituali, possibili ed immaginabili, per mettere in difficoltà il potere laico e impedirgli di espandersi ulteriormente ed in assoluta autonomia.

Il che – in considerazione del fatto che la sua relativa vicinanza a Roma rendeva Napoli ancora più fragile ed esposta a subire l’influenza e l’autorità papale – impedì a lungo che nel ducato napoletano si affermasse prima e consolidasse poi, una vera e coesa coscienza nazionale. Ne derivò che, in queste condizioni, il potere dei re meridionali non potesse che essere precario e pericolosamente esposto a tutti i rischi.

Soprattutto a quello rappresentato dal Papato che, facendo discendere la propria autorità terrena da quella divina, si riteneva al di sopra di tutto e, quindi, si sentiva l’unico potere dotato di sovranità assoluta e non perdeva alcuna occasione per ribadire questa sua, più pretesa che presunta, superiorità, ora liberando i vassalli dall’obbligo del giuramento, ora avvalorandone, con giustificazioni morali di grande valenza, tutte le rivolte contro il monarca.

La prima preoccupazione del Pontefice di turno – e, quindi, l’obiettivo principale di tutta la sua politica – era quello di impedire al Re di ergersi tanto al di sopra dei feudatari da renderli più timorosi della ghigliottina che della scomunica pontificia. Tanto più che il peso del potere romano nei confronti dei monarchi era direttamente proporzionale alla capacità delle bolle papali di trasformare i sudditi fedeli in terribili e pericolosi ribelli.

Una capacità che seppe esprimersi al massimo livello proprio nel Reame di Napoli, dove i Pontefici, a differenza di quanto avveniva altrove dove la scomunica papale cominciava a perdere efficacia, riuscivano ancora a trarre il massimo profitto possibile dal fatto di sommare insieme la potenza di gerarca spirituale con quella di sovrano diretto.

E così tanto l’imperatore Federico quanto il re Manfredi dovettero affidarsi più alle capacità guerriere dei mercenari saraceni che non alle spade dei baroni pugliesi, contro i quali, anzi, furono costretti più volte a prendere le armi, per difendere il proprio diritto al trono, messo in discussione da questi ultimi che si sentivano protetti proprio dalla “benedizione” papale e garantiti dal fatto che in caso di sconfitta avrebbero potuto trovare sicuro rifugio ora nei monasteri e nei luoghi di culto oppure, ora, addirittura, in casi estremi rifugiandosi nel vicinissimo territorio dello Stato Pontificio.

A conferma di quanto fosse pesante l’ipoteca papale nel Regno delle due Sicilie, la constatazione che Manfredi, ancora prima di essere definitivamente battuto nella piana di Benevento, si era visto privato del trono dal Papa che al suo posto aveva investito Carlo D’Angiò il quale, quindi, si ritrovò sovrano, ancora prima di uscire vincitore nello scontro finale con lo stesso Manfredi.

Il che diede agli angioini una prerogativa nella gestione del Regno. Tant’è che, sin dall’indomani di quella vittoria e quasi per l’intero arco della loro sovranità dinastica, si distinsero più per la capacità di guida laica del partito guelfo e di capitani generali della chiesa, che non per quello che furono in grado di esprimere come reggitori del trono.

Né, in verità, si può dire che le cose siano andate in maniera diversa nei decenni successivi, con il Papato che, schierandosi ora con questo ora con quello, riuscì a tenere costantemente in estrema soggezione tutti i pretendenti al trono delle Due Sicilie, condizionandone, quindi, pesantemente le scelte ed il modo di governare.

Tutto questo almeno fino al 1741, quando la sottoscrizione di un concordato stabilì la totale indipendenza spirituale della monarchia, ma riconosceva al Papa il diritto feudale alla riscossione della chinea. Ma anche questo era destinato ad essere cancellato. Ad eliminarlo fu Ferdinando IV nel 1776 che, prendendo a pretesto un incidente procedurale, si rifiutò di pagarla. Da quel momento anche la chinea divenne soltanto un argomento di discussione per gli storici. 

Così nacque il Regno delle Due Sicilie

A differenza di quanti hanno affrontato l’argomento nel corso degli anni, ma forse sarebbe meglio dire dal momento dell’unificazione (1861) ad oggi, sono convinto che una storia della “questione meridionale” non possa prescindere da una rilettura, ovviamente sintetica e veloce, di quanto è successo nell’Italia del Sud, dalla costituzione (dicembre 1130) del Regno di Sicilia comprensivo di Napoli, poi indicato e ribadito dai Borbone come Regno delle Due Sicilie, fino alla conclusione della spedizione dei Mille ed alla consegna da parte di Giuseppe Garibaldi dei territori meridionali a Vittorio Emanuele II.

Tutto ciò perché i lettori, ed i meridionali in genere, possano rendersi conto che quella dell’Italia a sud del Garigliano, non è da considerare una storia di serie B né di secondaria importanza nelle vicissitudini del nostro Paese, nel corso del secoli. Storia che proverò a ripercorrere attraverso le vicende delle famiglie e delle dinastie che vi hanno governato. Oltre sette secoli, contrassegnati da alterne fortune, lotte fratricide, rivolte di popolo e guerre per la conquista o la difesa del potere.

Ciò nonostante furono anni di sviluppo ed emancipazione sia sul piano politico che economico. Per rendersene conto, basta considerare che nel 1547 Napoli era per popolazione la seconda città d’Europa; la precedeva soltanto Parigi, mentre la seguivano, decisamente distanziate, tutte le altre grandi capitali europee attuali.

Francesco Saverio Nitti
Francesco Saverio Nitti

Non a caso, agli inizi del 1900, Francesco Saverio Nitti (1868-1953), parlando di «Napoli e la questione meridionale», sosteneva che «Nel 1857 il regno di Napoli era non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria, e ne fan prova i corsi di rendita, ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, con un debito pubblico enorme su cui pendeva lo spettro del fallimento».

Purtroppo, ed è sempre il Nitti a ribadirlo, «Quando l’Italia meridionale fu unita al resto d’Italia e il nuovo regno fu proclamato, lo Stato delle Due Sicilie era il solo in condizione di grande prosperità finanziaria. La sua rendita pubblica era fra le più stimate d’Europa e non rappresentava che un tenue onere; i beni demaniali ed ecclesiastici erano superiori a quelli di tutti gli altri Stati della penisola, uniti assieme; la quantità di moneta metallica era enorme e rappresentava in cifra assoluta una somma due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola».

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