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“La Repubblica di Arlecchino” di Mario Landolfi, le strane convergenze fra Lega e sinistra

Un viaggio nella nostra fragile identità nazionale seguendo le orme cariche di lutti e di dolore impresse dal coronavirus nella sanità pubblica regionale, ormai vero simbolo dell’Italia-spezzatino. È questo il filo conduttore del libro di Mario Landolfi (“La Repubblica di Arlecchino – così il regionalismo ha infettato l’Italia”, 172 pagg. ed. Rubbettino – 15 euro, prefazione di Gennaro Malgieri), già parlamentare e ministro del terzo governo Berlusconi.

I temi del contagio, come ha spiegato lo stesso autore, sono solo il “pretesto” per affrontare da una visuale controcorrente il tema del regionalismo, così come disegnato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, e le insidiose dinamiche centrifughe e anti-unitarie sottese al progetto della cosiddetta autonomia rafforzata. Il pregio del libro di Landolfi consiste nel rendere fruibile (e godibile) temi solitamente confinati all’attenzione e all’interesse degli “addetti ai lavori”.

Per l’autore l’epidemia si è rivelato uno stress-test che ha messo a nudo la fragilità del “sistema Italia” evidenziandone il caos istituzionale in termini di sovrapposizione di ruoli, funzioni e competenze tra Stato, Regioni e anche Comuni. Appunto, la “Repubblica di Arlecchino”. Sotto accusa finisce la pretesa regionalista, anzi nordista, di contrastare il virus attraverso i propri modelli sanitari quando, al contrario, è apparsa chiarissima sin dall’inizio l’insostituibilità dell’autorità centrale.

È la ragione per cui – che si trattasse di tamponi, mascherine, obblighi, divieti, sanificazione – a prevalere è stata sempre la logica del “fai da te”, ad ulteriore conferma della nostra debolezza istituzionale. Una fragilità tutta italiana che il libro, attraverso un agile excursus, fa risalire alla mancanza di un mito unificante, a sua volta frutto delle troppe lacerazioni storiche subite dal nostro Paese. La fotografia ci consegna una nazione smarrita, divisa tra Nord e Sud, in cui il ruolo delle élite si esaurisce, di fatto, nella interessata e arcigna difesa dello status quo.

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Paradossalmente, tuttavia, Il tramonto del Risorgimento come mito ufficiale e il fallimento di sostituirlo con la narrazione “resistenzialista” ha finito per creare una sorta di “anno zero”, l’humus più adatto per un nuovo patto tra italiani e tra Stato e territori. Un nuovo inizio in grado di riconsegnare alla storia nazionale i suoi due “pezzi mancanti”: le ragioni del Sud e le ragioni dei Vinti. Per Landolfi vanno seppelliti tutti i morti, a partire da quelli ai quali la storiografia ufficiale continua a negare dignità. Operazione indispensabile per ricucire tutte le lacerazioni, a cominciare da quella del 1860.

E può farlo, secondo l’autore, solo un’assemblea costituente. Riecheggia in questo la storica battaglia della destra per una Nuova Repubblica. La differenza, in questo caso, è che l’autore non sembra in questo orientato tanto dall’opzione presidenzialista quanto da una nuova declinazione delle autonomie, non più in favore delle Regioni bensì delle Città Metropolitane e delle Province. Insomma, una nuova Italia, in nuovo Stato, più sovrano in patria e più forte in Europa.

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