Nessuna infermità mentale, il processo può proseguire
Nessuna infermità mentale, nessuna incapacità di intendere e di volere. La nuova perizia smonta la linea di Marco Di Lauro e riapre lo scenario più duro. Il responso arriva al termine di un accertamento disposto dal tribunale di Napoli e condotto nel carcere di massima sicurezza di Opera. Qui, il quartogenito del capoclan secondiglianese Paolo Di Lauro, noto come «Ciruzzo ’o milionario», ha incontrato lo psichiatra incaricato di valutare la sua effettiva capacità di stare in giudizio. Anche in questa occasione, il quarantacinquenne non ha pronunciato una sola parola, mantenendo un atteggiamento di chiusura totale.
A emergere, però, sono stati i segnali non verbali. La relazione, scrive Luigi Nicolosi su «il Mattino», evidenzia movimenti della testa e delle mani descritti come «una modalità di interazione, pur minimale, ma che risulta sistematica e orientata». Un comportamento che, secondo il consulente, non è riconducibile ad alcuna patologia psichiatrica.
In termini semplici, il significato è netto: Marco Di Lauro, alias «F4», è pienamente capace di partecipare al processo che lo vede imputato per omicidio davanti alla prima sezione della Corte di assise di Napoli. Cade così l’ultimo ostacolo che per anni aveva congelato il procedimento. Per l’imputato già condannato all’ergastolo in primo grado e destinatario di un cumulo definitivo di trent’anni, l’ipotesi del carcere a vita diventa ora più concreta.
Tre anni di sospensione e il peso della storia familiare
Il deposito della perizia, avvenuto pochi giorni fa, chiude una fase di stallo durata tre anni. Un periodo segnato da interrogativi sul reale stato mentale del ras, interrogativi che avevano inciso sull’andamento del processo.
La vicenda giudiziaria di Marco Di Lauro si inserisce nella più ampia parabola del clan di Secondigliano. Un’organizzazione fondata dal padre Paolo e portata al centro della scena criminale dal fratello maggiore Cosimo, protagonista della prima, feroce faida di Scampia. Proprio Cosimo Di Lauro è morto il 13 giugno 2022 nel carcere di Opera, dopo una lunga battaglia giudiziaria combattuta a colpi di perizie sulla sua presunta infermità mentale.
Una traiettoria che rende ancora più significativo l’esito dell’accertamento su Marco, chiamato ora ad affrontare il processo senza più il paravento dell’incapacità psichica. La sua latitanza, durata quattordici anni, si interrompe il 2 marzo 2019. La svolta arriva subito dopo l’arresto di Salvatore Tamburrino, suo fedelissimo, fermato per l’omicidio della moglie Norina Matuozzo. Nelle ore successive, polizia e carabinieri circondano una palazzina a Chiaiano. È lì che finisce la fuga del ras, che nel frattempo aveva continuato a mantenere salde le redini della cosca. Dopo l’arresto, Marco Di Lauro viene sottoposto al regime di 41-bis e trasferito nel carcere di massima sicurezza di Sassari.
Le condotte in carcere e il progressivo isolamento
Dopo alcuni mesi di apparente normalità, iniziano le criticità. Nel penitenziario sardo, «F4» si rende responsabile di due aggressioni ai danni di altri detenuti. Successivamente, il suo comportamento cambia in modo graduale ma costante: interrompe la comunicazione, trascura l’igiene personale e rifiuta il vitto, anche se non sempre in maniera continuativa. Si interrompono anche i colloqui con la compagna Cira Marino e con il suo difensore, il penalista Gennaro Pecoraro. Elementi che contribuiscono ad alimentare i dubbi sul suo stato psichico.
Dopo una breve permanenza nel carcere di Cagliari, Di Lauro viene trasferito nel penitenziario milanese di Opera. Il quadro, tuttavia, non muta. L’8 agosto la polizia penitenziaria entra nella sua cella e lo sorprende mentre dorme «per terra in un angolo cieco della telecamera». Una scelta che lo stesso detenuto aveva collegato alla necessità di proteggersi dai «raggi sonori metallici» che affermava di percepire.
La relazione della Corte di assise
È su questo scenario che interviene la nuova perizia psichiatrica disposta dalla Corte di assise di appello di Napoli. Le conclusioni sono inequivocabili. «Non emergono – si legge nella relazione – elementi clinici sufficienti a porre diagnosi di patologia psichiatrica maggiore o di infermità di mente». E ancora: «L’atteggiamento di chiusura comunicativa appare espressione di un comportamento volontario e deliberato». Una valutazione che chiude il fronte sanitario e riporta la vicenda su un piano esclusivamente giudiziario. Il processo può andare avanti.




