La trasparenza non è un cerotto da applicare a posteriori
C’è un punto, nella nota dell’Amministrazione comunale, in cui il linguaggio smette di essere istituzionale e diventa difensivo. È il momento in cui si tenta di trasformare una sequenza di fatti concreti in un equivoco politico, come se la loro somma fosse un’illusione ottica e non una realtà amministrativa. Eppure, parafrasando una massima attribuita ad Agatha Christie, un episodio può essere archiviato come incidente, due come coincidenza. Ma quando i casi diventano tre, quattro, cinque, non siamo più nel campo dell’eccezione: siamo davanti a una trama.
L’Amministrazione rivendica controlli rafforzati, trasparenza, vigilanza. Ma la domanda che aleggia e che il comunicato diffuso domenica evita accuratamente è più semplice e più scomoda: perché questi controlli producono risultati solo dopo, mai prima? La trasparenza non è un cerotto da applicare a posteriori: è un filtro che dovrebbe impedire l’errore all’origine. Qui, quel filtro non ha funzionato.
I controlli a posteriori
Per esempio l’uscita di scena di Pierpaolo Telese, capo staff del sindaco, avvenuta nel momento peggiore possibile. Un’inchiesta della Guardia di Finanza, rilievi su irregolarità nello staff, una relazione personale ritenuta potenzialmente esposta, pur senza ipotesi di reato. Nessuna colpa accertata, ma un danno politico enorme. Tanto da rendere persino plausibile un interessamento della Prefettura. Anche in questo caso, i controlli «in itinere» arrivano quando il problema è già esploso.
Lo stesso schema si ripete con l’ex Villa Cesarano, bene confiscato alla camorra e affidato alla cooperativa Metanova. Un luogo che avrebbe dovuto incarnare il riscatto civile diventa invece un dossier di irregolarità edilizie, emerse solo dopo sopralluoghi tardivi. Interventi non autorizzati, struttura alterata, finalità sociali che scivolano sullo sfondo. Non è soltanto un problema tecnico: è il simbolo di una gestione che perde di vista il senso politico dei beni confiscati.
E come se non bastasse, l’episodio surreale degli sposi entrati nottetempo nello Stadio Giraud per un servizio fotografico. Denuncia del Comune, verifiche interne, presa di distanza del Savoia Calcio. Un fatto minore? Forse. Ma anche i dettagli contano, quando raccontano di accessi non controllati e di una macchina amministrativa che reagisce solo dopo essere stata scavalcata.
Infine, il caso del dirigente Gianfranco Marino, incarico revocato per un procedimento penale non dichiarato. Qui la domanda è inevitabile e resta senza risposta: chi ha effettuato i controlli prima della nomina? E con quali criteri?
Le maglie troppo larghe?
È su questo punto che il comunicato del primo cittadino perde forza. Perché rivendicare la rimozione degli incarichi come prova di efficienza equivale ad ammettere, implicitamente, che le maglie iniziali erano larghe. Troppo larghe. Il problema non è l’azione correttiva quella è doverosa. Il problema è la sua ripetizione. La frequenza. La serialità. Elementi che trasformano l’eccezione in metodo, o meglio, nell’assenza di un metodo.
Alla fine restano tre elementi difficili da eludere:
– l’emersione continua di irregolarità, tollerate fino a quando non diventano pubbliche;
– controlli esercitati senza una griglia chiara, più reattivi che preventivi;
– una responsabilità politica che si rifugia nella propaganda del «noi interveniamo», invece di interrogarsi sul «perché accade».
Dire che «la legalità non si proclama, si pratica» è vero. Ma praticarla significa soprattutto evitare che certi casi si ripetano, non limitarsi a gestirli quando ormai hanno minato la fiducia pubblica. E oggi, a Torre Annunziata, la fiducia non è un dettaglio comunicativo: è il cuore stesso della questione.




