Il sindaco critica la linea Schlein e chiede un progetto credibile
Nel coro della sinistra che si autocelebra, una voce stona e fa rumore. È quella di Gaetano Manfredi, che da Napoli lancia una critica netta alla linea del Pd e alla sua attuale classe dirigente. Altro che entusiasmo e rincorsa a Palazzo Chigi: per il sindaco partenopeo il centrosinistra non è pronto e il problema non è l’avversario, ma ciò che manca in casa propria.
Manfredi non nega che lo scontro elettorale sia possibile, ma invita a smettere di raccontarsi una realtà che oggi non trova riscontri concreti. «Io credo che la partita sia aperta, credo che Meloni si possa battere, ma credo anche che serva avere una proposta credibile». Ed è proprio su questo punto che, secondo il sindaco di Napoli, la sinistra mostra tutte le sue fragilità.
Il Pd in affanno e senza identità
La valutazione sull’attuale stato del partito è tutt’altro che indulgente. «Il Pd non è ancora pronto, fa fatica. Non vedo una proposta riconoscibile che rappresenti un reale cambiamento». Una bocciatura politica che investe direttamente la segreteria di Elly Schlein e il gruppo dirigente che la circonda. Per Manfredi, evocare formule organizzative non basta: «Serve una visione, un programma che va costruito, con pazienza, serve qualcosa che vada oltre la parola coalizione. Serve un fronte plurale».
Quando il discorso si sposta sulla leadership e sulle modalità di selezione del candidato premier, Manfredi richiama il contesto istituzionale. «Se la legge elettorale non cambierà, sarà il segretario del partito che prende più voti». Uno schema destinato però a saltare in caso di riforme: «A quel punto bisogna convocare un tavolo di coalizione e si sceglierà il profilo migliore».
Il rischio delle primarie divisive
Anche sulle primarie, tema ricorrente nel dibattito progressista, il sindaco mantiene una posizione cauta. «Dipende dalla loro finalità. Le primarie sono utili solo se legittimano una figura su cui c’è larga convergenza, altrimenti finirebbero per introdurre nuove fratture nel nostro elettorato e dilaniare. Non ce lo possiamo permettere». Un monito che suona come una critica preventiva a competizioni interne prive di un orizzonte condiviso.
Alla domanda sulla possibilità che Elly Schlein possa diventare premier, Manfredi evita personalismi ma torna a ribadire il nodo politico. «È giovane ma anche Meloni era giovane. Si può dimostrare di essere adatti al ruolo, ma parlare adesso di ruoli, senza ancora un programma, a cosa serve?». Ancora una volta, il messaggio è chiaro: prima i contenuti, poi le ambizioni.
Economia e giovani, il grande assente
Nel suo ragionamento emerge anche una critica di merito alla linea politica della sinistra. «Sento parlare troppo poco, a sinistra, di economia. Ripetiamo che dobbiamo rivolgerci ai giovani, ma siamo sicuri che li stiamo agganciando?». Un’osservazione che mette in discussione l’efficacia della narrazione progressista e la sua capacità di intercettare nuovi consensi.
Manfredi rivendica invece l’esperienza amministrativa partenopea come possibile riferimento. Il modello Napoli, spiega, è fatto di «concordia e conti in ordine, da Iv a M5s». Un approccio pragmatico, fondato sull’equilibrio e sulla gestione, lontano dalle contrapposizioni ideologiche.
Prodi, Gentiloni e l’orizzonte europeo
Nel quadro delineato dal sindaco trovano spazio anche due figure storiche del centrosinistra. Su Romano Prodi non ha esitazioni: «Mi onoro della sua amicizia e aggiungo che l’Italia ha bisogno dei suoi consigli». E su Paolo Gentiloni ribadisce una stima consolidata: «Conosco Paolo da tanti anni. Ha una credibilità europea e il futuro dell’Italia si giocherà sempre di più in Europa».
Il messaggio che arriva da Napoli è tutt’altro che rassicurante per il Pd guidato da Schlein. La sfida a Meloni resta teoricamente possibile, ma senza una proposta riconoscibile, una visione economica e un progetto costruito con pazienza, il rischio è restare prigionieri delle parole e lontani dal potere.




