Alta tensione fra i dem: correnti e cacicchi contro la leader
Una storia durata troppo a lungo per essere considerata vera. E che non lo fosse lo hanno dimostrato i giudici della Cassazione, che hanno confermato la decisione della seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, la quale aveva assolto l’ex ministro dell’Interno Salvini dopo la richiesta di condanna della Procura a sei anni per aver impedito lo sbarco a 147 clandestini (fra cui anche minorenni) e per il rifiuto di atti d’ufficio. Fatti che non sussistono e che, naturalmente, non sussistevano neanche al momento della prima richiesta di condanna da parte dei pm.
Di conseguenza non aveva alcun senso neppure il ricorso della Procura di Palermo avverso quella sentenza e la Cassazione lo ha bocciato, assolvendo definitivamente Salvini. L’augurio è che questa sentenza – che, in quanto emessa dalla Cassazione, fa giurisprudenza – metta davvero fine a quello scontro sui migranti fra magistratura e politica che porta vantaggi solo alle Ong.
Ma, prima di passare ad altro, mi sembra giusto sottolineare il silenzio che urla dei giornaloni mainstream e della sinistra italiota, che hanno finto – tanto per cambiare – di non accorgersi di questa assoluzione e neanche del successo strappato al Consiglio Europeo dalla Meloni sui fondi per Kiev. Forse, per non dover chiedere scusa?
Dalle promesse solenni al cambio di opinione
Certamente lo ricorderete anche voi. Quando la Schlein fu eletta con i voti dei grillini e grazie a un escamotage (le primarie aperte anche ai non iscritti) dei «capoccia» Pd, proprio perché a spuntarla fosse lei – nonostante sconfitta da Bonaccini con il voto dei soli iscritti – la nuova segretaria del Pd promise solennemente che avrebbe cancellato le correnti e messo all’angolo i «cacicchi», ovvero i «padroni delle tessere» di partito, senza ruoli ufficiali ma – grazie al controllo del territorio – con influenza e privilegi.
Una volta centrato l’obiettivo, però, sentendo traballare la seggiola sotto il deretano, ha cambiato opinione. E per evitare rischi, anziché azzerare le correnti, ha pensato bene – in vista dell’Assemblea nazionale di domenica scorsa – di «assumerle» tutte al suo servizio.
A cominciare da «Energia popolare», che fa riferimento proprio a Bonaccini, e premiare concedendogli la segreteria regionale campana, Piero De Luca, cogliendo così i classici «due piccioni con una fava» e assicurarsi anche i favori di papa Enzo, il cacicchio per eccellenza. Il tutto nella speranza di farsi designare quale candidata ufficiale del partito a premier alle prossime politiche, senza dover ricorrere al congresso. Ma dovrà vedersela con Conte, che non sembra poi così tanto disponibile a cederle il posto. Insomma, quella che doveva unire il partito e federare il campolargo ha finito per dividere il primo e ridurre il secondo a un campo santo.
Quando gli obiettivi personali contano più dell’alleanza
Se da un lato «Giuseppi», che si ritiene il più accreditato pretendente premier della sinistra, garantisce che l’alleanza Pd-5S è, al momento, tutt’altro che sicura, dall’altra i riformisti del Pd – Picierno, Malpezzi, Gori, Quartapelle, ecc. – continuano a chiedere alla «capa» l’apertura di un confronto interno e, non riuscendo ad ottenerlo, invocano l’aiuto delle vecchie volpi del partito: Prodi, Gentiloni, Letta, Parisi, D’Alema, Del Rio, Fassino, ecc., per trovare una convergenza unitaria. Non facile.
Anzi. Non foss’altro perché la spaccatura fra i «nannimorettisti» della Schlein e i riformisti va facendosi sempre più profonda. Tant’è che i secondi accusano i primi addirittura «di aver paura di deludere Conte» e i secondi temono che a trarre vantaggio da questa diatriba possa essere proprio «Giuseppi».
Il quale ha dimostrato con i fatti che, quando si tratta di obiettivi personali, «l’alleanza giallorosa» non è poi così solida. Tant’è che ha imposto ai suoi europarlamentari di dire «sì» alla revoca dell’immunità per la dem Moretti. E per un partito che viene da così lontano e con la tradizione del Pd, dipendere dalle follie di madam Elly e dalle stramberie di Giuseppi non può essere ritenuto un vanto.
Gli obiettivi raggiunti
Di più, mutila quella centralità che l’Italia è riuscita – a dispetto dei menagramo e grazie all’esecutivo – a conquistare a Bruxelles in questi tre anni. Centralità conseguenza anche della stabilità e della compattezza offerta del centrodestra.
Due potenzialità che hanno consentito il crollo dello spread Bund-Btp decennale dal 236 di prima del suo insediamento al 67 di oggi, con l’inflazione scesa dall’11,8% d’inizio legislatura all’1,1% di oggi (dati Istat) e il carrello della spesa all’1,5%. E nonostante i dazi, anche l’export è cresciuto del 2,3%. Ma dietro l’angolo un rischio c’è: la bassa produttività del nostro manifatturiero che dal 2014 al 2024 è stata pari allo 0,3% contro una media Ue a 27 dell’1,1. Un -0,8 che mette a rischio la competitività delle nostre imprese. Dopo 25 anni di costanti arretramenti, è indispensabile invertire la rotta.
È a rischio il nostro secondo posto nella graduatoria degli esportatori europei. Sicché, per sostenere le imprese in questa battaglia di conservazione, ma soprattutto di crescita, il ministro del Made in Italy, Urso, ha assicurato che il bilancio ha previsto 13 miliardi di euro di agevolazioni per investimenti in beni strumentali avanzati e impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. E il Piano 5.0 sarà più semplice e accessibile per tutte le imprese, anche quelle energivore.




