Non c’è spazio per chi rimane immobile
L’Europa vive un momento che può definirsi storico e allo stesso tempo delicato. Le parole provenienti dagli Stati Uniti attraverso la nuova strategia di sicurezza hanno scosso un continente che da troppo tempo tende a rimandare le proprie responsabilità. Washington parla chiaramente di un’Europa in declino, incapace di controllare i flussi migratori, di reagire al proprio crollo demografico e di difendere la propria identità culturale.
Questo giudizio, durissimo, non arriva da un avversario ma dal principale alleato. Eppure non è passato inosservato ai leader europei. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ricordato che l’Europa non può più permettersi di essere una potenza ingenua e che deve imparare a difendere i propri interessi. In Germania voci autorevoli hanno ribadito che il continente non può più dare per scontata la protezione americana. A Bruxelles si parla apertamente della necessità di un’autonomia strategica, un concetto discusso per anni ma quasi mai convertito in scelte concrete.
Di fronte a queste parole, l’Europa si trova davanti a una doppia verità. La prima è il messaggio americano, che rappresenta una sfida e allo stesso tempo una sveglia. La seconda è la realtà geopolitica mondiale, sempre più definita da grandi poli di potere come i paesi Brics che stanno modificando gli equilibri economici, tecnologici e diplomatici del pianeta. In questo nuovo contesto non c’è spazio per chi rimane immobile. Il mondo corre e le grandi potenze consolidano la propria influenza mentre l’Europa appare lenta, appesantita da divisioni interne e da un sistema politico spesso incapace di guardare oltre l’orizzonte immediato.
Un percorso graduale e necessario
Eppure proprio questa fase critica può diventare un punto di svolta. Io credo che, nel prossimo futuro, l’Europa inizierà un percorso graduale e necessario verso una maggiore responsabilità. Non assisteremo a rotture violente con gli Stati Uniti ma il rapporto cambierà profondamente. Washington pretenderà impegni reali in termini di investimento nella difesa e gli Stati europei, volenti o nolenti, saranno costretti ad aumentare la propria capacità militare e a collaborare meglio tra loro.
È realistico immaginare che i progressi saranno concreti ma non uniformi. Continueranno le divergenze tra i paesi dell’Est e quelli dell’Ovest, tra chi vuole un’integrazione più forte e chi vede Bruxelles come un limite, tra chi è disposto a spendere per la sicurezza collettiva e chi tende a rimandare.
Nonostante queste differenze, la pressione internazionale spingerà comunque l’Europa ad assumersi un ruolo più solido sulle questioni globali. Sarà un continente più consapevole dei propri limiti e delle proprie necessità, meno dipendente da decisioni esterne e più attento ai segnali che arrivano dal resto del mondo. Allo stesso tempo dovrà affrontare il tema demografico, quello dell’integrazione, quello dell’identità culturale e quello della competitività economica, perché nessuna autonomia strategica può esistere senza una società forte e coesa. Questo scenario realistico non trasforma l’Europa in una superpotenza ma la spinge finalmente a maturare.
La diffida americana può diventare la più grande opportunità politica degli ultimi decenni. Può costringere l’Europa a uscire dalla sua zona di comfort, a parlare con una voce sola quando necessario, a comprendere che la politica globale è cambiata e che il futuro non attende i ritardatari. Il mondo è già entrato in una nuova era. Ora la domanda è semplice. L’Europa vuole farne parte come protagonista o preferisce restare una comparsa?




