Gelsomina Verde, ancora minacce alla famiglia: il fratello presenta denuncia

Il giudice nella sentenza: fu un delitto aberrante

Aggressioni verbali, minacce, offese e provocazioni. Il dolore per la famiglia della povera Gelsomina Verde, detta Mina, non terminerà mai, ma evidentemente per qualcuno non basta e i parenti sono costretti, ancora, dopo 21 anni, a sopportare anche un clima di terrore. Come raccontato da Leandro Del Gaudio su «il Mattino», Francesco Verde, fratello di Mina, ha denunciato una serie di episodi che negli ultimi mesi hanno reso insostenibile la quotidianità dei suoi cari.

Nella denuncia presentata ai carabinieri, il fratello segnala come ultimo episodio una aggressione verbale subita in strada da una donna collegata alla famiglia dei boss De Lucia. Un fatto che non rappresenta un caso isolato, ma l’ennesima manifestazione di offese, provocazioni e comportamenti plateali. A questo si aggiungono minacce diffuse attraverso i social, con messaggi dal tono esplicitamente intimidatorio come: «Sappiamo dove abiti, sappiamo che strada fai, sappiamo che sali e scendi da quelle scale…». Ma già alla vigilia del processo, vittima di intimidazioni, fu la madre di Gelsomina Verde.

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Un’escalation partita dopo la sentenza di luglio

Una escalation ripartita scorso luglio, quando il Tribunale di Napoli ha condannato a trent’anni di reclusione Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi, individuati come esecutori materiali dell’omicidio di Mina. Una pena massima, aggravanti comprese, che segue l’ergastolo imposto al mandante Ugo De Lucia e a Pietro Esposito, colui che attirò la giovane in una trappola prima di ottenere benefici tramite la collaborazione con la giustizia. Una vicenda che resta una ferita aperta, aggravata oggi da nuove pressioni sulla famiglia.

Nelle motivazioni firmate dal giudice Valentina Giovanniello – depositate in questi giorni – si ricostruisce il movente del delitto: Gelsomina Verde venne uccisa perché si oppose alle richieste del gruppo De Lucia, alleato del clan Di Lauro, che cercava informazioni atte a individuare il rifugio di Gennaro Notturno, detto «il saracino». La ragazza era completamente estranea alla camorra e impegnata nel volontariato con i giovani di Secondigliano e Scampia, Mina ma era percepita dal clan come possibile «gancio» per raggiungere il capo degli scissionisti.

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Le richieste di foto e la testimonianza del fratello

Alcuni giorni prima dell’agguato, Ugo De Lucia la fermò sotto casa chiedendole una fotografia del volto di Notturno, necessaria – in un periodo privo di social e smartphone – per identificare con certezza il bersaglio. La circostanza è confermata dalla testimonianza di Francesco Verde: «Mina mi disse che De Lucia voleva informazioni sul covo dei Notturno, ma anche la foto del volto di Gennaro Notturno. Mia sorella gli rispose che avrebbe fatto meglio a chiedere foto di donna e non di uomini, provando a fare una battuta per sdrammatizzare. Ma Ugo De Lucia fece una brutta faccia… Mia sorella disse che non avrebbe dato mai la foto, neppure se fosse stato Notturno a chiedere quella di De Lucia».

Il sequestro, le violenze e l’esecuzione

Pochi giorni dopo, la giovane venne sequestrata, interrogata e picchiata con tale ferocia da riportare la frattura dei denti, per poi essere uccisa a colpi di arma da fuoco. L’auto fu incendiata e i resti carbonizzati. Una dinamica che il gup definisce «terroristica».

Nelle pagine della sentenza, il giudice Giovanniello osserva: «Le efferate e brutali modalità esecutive dell’omicidio, preceduto al sequestro di una giovane difesa ragazza da parte di un comando armato, è seguito dalla carbonizzazione dei resti, sono tali da far assumere a un evento aberrante una valenza simbolico terroristica, quale ostentata espressione, gli occhi della cittadinanza della zona dell’irriducibile forza di intimidazione esterna al sodalizio».

E aggiunge: «Un sodalizio che non guarda in faccia nessuno e nessuna remora dimostra, anche nel punire una ragazza innocente persino secondo canoni camorristici che soltanto non aveva voluto schierarsi e collaborare, fornendo informazioni che forse neppure aveva che sarebbero state utilizzate per l’ulteriore spargimento di sangue».

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