Senza dati ufficiali, nessuna politica può esistere davvero
C’è un dato che grida silenziosamente vendetta: «In Campania nessuno sa quanto produce lo sport di base». Non esiste un database regionale, un report economico, una rilevazione sistematica che indichi quanto il movimento sportivo, diffuso dai tornei di quartiere alle palestre di provincia, dai campi da tennis alle scuole calcio, dai centri padel alle piste di pattinaggio, generi realmente in termini di PIL, occupazione, turismo e ricadute sociali.
Il vuoto informativo che pesa sulla politica sportiva
Un vuoto informativo che pesa come un macigno. Perché senza numeri, nessuna politica può esistere davvero. In Campania lo sport di base è ovunque: nelle palestre comunali, nei campi di periferia, nei circoli sportivi sulle coste, nei tornei giovanili che riempiono alberghi e ristoranti dei piccoli centri nei weekend. Eppure, nessuno misura quanto tutto questo «movimento» muova davvero l’economia.
Secondo stime nazionali del Coni e di Federturismo, il turismo sportivo in Italia produce oltre 7,5 miliardi di euro l’anno di indotto economico, tra viaggi, ospitalità, trasporti, ristorazione, noleggio attrezzature, merchandising e servizi. Applicando criteri proporzionali alla popolazione e al potenziale attrattivo, la Campania potrebbe generare tra i 400 e i 600 milioni di euro l’anno solo dal turismo sportivo «minore», quello fatto di tornei amatoriali, camp estivi, ritiri, gare regionali, eventi scolastici, corsi outdoor. Una cifra enorme, che nessuno raccoglie e che nessun ente regionale valorizza.
Il paradosso campano e l’assenza di una strategia
Il grande paradosso campano è che, mentre si inseguono i grandi eventi mediatici – Coppa America, Universiade, gare occasionali – il tessuto vivo dello sport, quello che costruisce comunità e genera economia ogni giorno, resta privo di attenzioni e risorse.
I politici locali non si sono mai chiesti: «Quanto produce in termini di PIL lo sport di base in Campania?»; «Quanti posti di lavoro crea?»; «Quante presenze turistiche genera un circuito di tornei provinciali o un campionato interregionale?». Non lo sanno, perché non esiste un sistema di raccolta dati che lo misuri. Non c’è un Osservatorio regionale dello sport, non esistono statistiche sull’impatto economico delle ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche), non ci sono numeri su quante famiglie si muovano per motivi sportivi ogni weekend, o su quanti pernottamenti derivino da eventi sportivi giovanili. Tutto resta nel «non detto», nel «si dovrebbe», nel «forse».
Lo sport come infrastruttura economica e politica industriale
Eppure, basta poco per capire che lo sport è economia pura: ogni partita, ogni torneo, ogni camp estivo genera spese in viaggio, vitto, alloggio, servizi, consumo locale. Un torneo di basket o volley con 30 squadre in un piccolo comune può generare in pochi giorni migliaia di euro di indotto. Moltiplicalo per 12 mesi e per centinaia di eventi, e il potenziale diventa enorme. Investire nello sport di base non significa solo costruire palestre o campi. Significa creare un’economia sostenibile e continua, capace di destagionalizzare il turismo e di portare persone in Campania tutto l’anno.
Un sistema ben strutturato di eventi sportivi locali, dal tennis giovanile al padel, dal pattinaggio artistico al minibasket, fino ai baby kart e alla moto, può attrarre flussi di visitatori in ogni stagione, generando un indotto simile, nel tempo, a quello di un grande evento internazionale.
Immaginiamo Napoli, Salerno, Caserta, Avellino, Benevento come hub di sport diffuso, con un calendario costante di tornei, campus, ritiri, manifestazioni: alberghi aperti tutto l’anno, ristoranti pieni, negozi in attività, comunità attive. Un’«America’s Cup tutto l’anno», come effetto cumulativo di migliaia di micro-eventi sportivi che danno vita, economia e speranza ai territori. Perché serve cambiare paradigma. Il vero errore della politica campana è considerare lo sport come una spesa, non come un investimento. Lo sport di base è infrastruttura economica, sociale e sanitaria.
Ogni euro investito in impianti, formazione, eventi o turismo sportivo genera ritorni moltiplicativi: secondo studi dell’UE, tra i 3 e i 6 euro di ricadute per ogni euro speso. Eppure, la Campania non ha ancora un piano regionale che integri sport, turismo e sviluppo economico.
Una svolta culturale e strategica
Occorre una svolta culturale e strategica: creare un Osservatorio economico dello sport campano, che raccolga dati su partecipazione, indotto, occupazione e turismo sportivo; istituire un Fondo per lo sport di base, destinato a eventi locali, manutenzione impianti e progetti con ricaduta turistica; promuovere un calendario sportivo regionale annuale, che renda la Campania una meta continua per lo sport; formare manager sportivi territoriali, capaci di connettere associazioni, comuni e operatori turistici.
Serve una leadership che veda nello sport non un passatempo, ma una politica industriale. Perché lo sport di base è lavoro, salute, educazione, turismo, economia. È il cemento che tiene insieme comunità e sviluppo. E se la Campania decidesse di crederci, con serietà e professionalità, potrebbe davvero vivere un’America’s Cup permanente, fatta di entusiasmo, energia e futuro.
La sfida è chiara: passare dallo sport raccontato allo sport misurato. Solo così la principale regione del Sud potrà smettere di essere spettatrice del suo stesso potenziale e diventare protagonista di un nuovo modello di crescita: quello che parte da un pallone, ma arriva dritto al cuore dell’economia.




