Roberto Vannacci, un militare prestato alla politica!?

La necessaria prudenza farebbe propendere dall’evitare che l’uomo in divisa possa soddisfare l’immaginario fatto di debolezze e vicoli ciechi

In tante menti illuminate si è coltivato, nel tempo, il tema del ritorno in politica dell’uomo in divisa. Finchè è arrivato. Si è inteso cioè che un uomo, presumibilmente, d’ordine potesse dare forza, autorità e vigore ad una politica che negasse il meticciato, che garantisse la sicurezza in maniera decisa e che in siffatta maniera si distribuisse una condizione di serenità per tutti i consociati.

Su questa presunzione si basava il ragionamento secondo cui si potesse desiderare la politica in divisa militare al punto che questa fosse in grado di dare forma ad una politica «evidentemente solida», rispetto ad una condizione acefala del governo, che si riteneva imbelle e/o fin troppo incapace di darsi una direzione. Certo questa premessa conduce al ragionamento verso la personificazione della politica nell’uomo in divisa che servirebbe a rassegnare argomenti tesi a capire e spiegare che l’attesa dell’uomo in divisa è stata nel corso del tempo assecondata da una molteplicità di fattori critici della contemporanea governabilità, fatta di incoscienza ed irresponsabilità.

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Insomma, secondo l’immaginario del cosiddetto «uomo forte», si darebbe linfa secondo questa necessaria presenza in politica a quanti hanno leggiucchiato e seguito l’idea «militaresca» che alimentava un disegno che guardava agli eserciti e ai corpi di giustizia, come momento per dare senso e sbocco risolutivo ad uno «stato di eccezione» e quindi a una necessità che andava percepita.

In questo itinerario, pieno di forzature e senza le necessarie indicazioni di dettaglio (ad es. come organizzare e promuovere le soluzioni e secondo quali criteri di democrazia procedimentale), la debolezza della collettiva umanità indica il bisogno di richiedere rassicurazioni e certezze, idee semplici e rappresentazioni dirette ad un preteso dominus.

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L’uomo inerme e fragile

Sarebbe, questa, riconducibile ad una visione ancestrale dell’uomo inerme e fragile che cerca aiuto nel messia e/o negli eroi. Ed è certamente il segno di uno stato di crisi, in cui intravvedere nella storia italiana quel profondo solco ideale che divide l’Italia che proviene dall’idea di romanità e quella Italiana.

Su questo punto si è fissato il concetto di «Italia Invertebrata» che sta ad indicare l’esistenza di una nazione caratterizzata fin dal Medioevo dall’irrisolto contrasto fra l’«Italia Romana» (espressione di un potere universalistico, come quello del Papa e dell’Imperatore), e l’«Italia Italiana» (ossia espressione di forze particolaristiche come ad esempio le entità locali comunali del centro – nord e il regno nel Sud) che condusse all’Unità d’Italia con tutto che ha comportato e descritto nella storiografia risorgimentale.

In tutto questo, tuttavia, si scorge un’evidenza secondo cui gli taliani, che non sono gli eredi diretti di sangue dei Romani e che lo Stato Italiano, non è giuridicamente di certo l’erede della Res Publica Romana. Ciò è un dato di fatto talmente chiaro che ha valenza tale da rafforzare la paura di una omologazione del Popolo Italiano nella società globalizzata, che sta portando avanti la politica secondo una interpretazione ben precisa tesa ad indebolire il senso di appartenenza collettivo talmente rischioso al punto da condurre le masse a percorsi accidentati nel ritrovarsi a seguire un nuovo messia, di dubbia natura e portata.

Si salvi chi può

Qui la necessaria prudenza farebbe propendere dall’evitare che l’uomo in divisa possa soddisfare questo immaginario fatto di debolezze e di vicoli ciechi, in cui secondo la logica del «si salvi chi può» ci si aggrappa casualmente ad un qualunque e presunto «uomo forte e migliore», che non si sa bene chi sia se non per generiche rappresentazioni letterarie e/o interpretazioni che trovano, nella semplificata banalizzazione, la pericolosa introduzione nel dibattito pubblico di una sorta di cannibalizzazione, che, per una volta e occasionalmente, può affascinare, ma che, nei tempi lunghi, può assumere le vesti del carnefice di idee e democrazie.

Quindi l’attenzione popolare, come dice Ortega y Gasset, deve soffermarsi e trovare un prudente percorso logico che sia vigile per il quale la condizione basilare deve partire dal concetto che «L’azione pubblica – politica, intellettuale ed educativa – è, come indica il suo nome, di tale carattere che l’individuo da solo, qualsiasi sia il grado della sua genialità, non può esercitarla efficacemente»

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