I soldi riciclati per il clan dei Casalesi? Un giro vorticoso in tutto il mondo

Riciclaggio per i Casalesi, il denaro finiva finanche in Cina

Un vorticoso flusso di denaro, generato da un altrettanto intenso giro di fatture false, che dal Casertano si è allargato in tutto il mondo, passando da un conto all’altro e arrivando fino in Cina, per poi tornare indietro e «scomparire» sotto forma di contanti nelle mani degli imprenditori del clan dei Casalesi.

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È quanto accertato dall’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli (sostituto procuratore Fabrizio Vanorio) e della Guardia di Finanza (il Nucleo di polizia valutaria di Roma) che ha portato in carcere due imprenditori, un 49enne e un 38enne, entrambi ritenuti ancora oggi contigui al clan.

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Il primo è un imprenditore dei rifiuti ritenuto vicino al boss Michele Zagaria, per il tramite dello storico affiliato ai Casalesi Vincenzo Abbate, socio del 49enne in un’azienda più volte colpita da interdittiva antimafia. Il 38enne, hanno accertato gli inquirenti, è invece legato ad almeno due dei figli del capoclan dei Casalesi Francesco «Sandokan» Schiavone, ovvero al primogenito Nicola, con cui avrebbe acquistato auto in Germania per poi rivenderle in Italia, e all’altro figlio Ivanhoe, con cui partecipò ad una rissa contro esponenti del clan Bidognetti durante la quale entrambi riportarono lesioni.

Il 38enne risulta poi aver fatto più volte affari con un cugino di Nicola Schiavone, che è stato arrestato un paio di anni fa. Nell’indagine della Guardia di Finanza e della Dda di Napoli sono finiti ai domiciliari stretti parenti e collaboratori dei due indagati principali.

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Il sistema di frode al fisco

Collaudato il sistema di frode al fisco architettato dal duo. Il 38enne, attraverso diverse società «cartiere», prive dunque di qualsiasi organizzazione aziendale – non avevano, è emerso, né dipendenti né mezzi – ha emesso tra il 2018 e il 2021 fatture per operazioni inesistenti per quasi 8 milioni di euro a favore della società di cui il 49enne era amministratore di fatto, ritenuta la prosecuzione di un’altra precedente azienda colpita da interdittiva antimafia.

A sua volta da questa azienda sono partiti bonifici per quasi 7,6 milioni all’indirizzo delle «cartiere», e da lì i soldi sono stati «spacchettati» in tanti rivoli finiti su conti italiani ed esteri – in Bulgaria, Regno Unito, Polonia, Germania, Belgio, Lituania – intestati ai collaboratori del 38enne o in società con sede anche in Cina (su questo aspetto sono in corso approfondimenti). I soldi hanno fatto vari giri fin quando i collaboratori dell’imprenditore li hanno in parte prelevati riconsegnandoli in contanti alla famiglia del 49enne.

Era questo il senso dei continui richiami, nelle conversazioni intercettate specie tra i due indagati, al «caffè» o ai «dolcetti»; erano infatti i termini criptici che, per la Dda partenopea, servivano ad indicare i soldi che il 38enne doveva restituire al 49enne. In cambio il primo sarebbe stato remunerato con quasi 300mila euro, come emerge da altre intercettazioni: «hai guadagnato 300mila euro, ma chi li guadagna oggi 300mila euro», dice il 49enne all’altro imprenditore.

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