La grande finanza minaccia l’Italia, come alla vigilia delle politiche 2018

Per Goldman Sachs «meglio la continuità». Quale?

Esplosione e crescita del debito pubblico, si sono messi in moto già all’inizio della prima repubblica e non possono essere addebitati al centrodestra che sui 76 anni di vita repubblicana ha governato solo per 9. E, per di più negli ultimi 30. Certo, qualche errore – magari più di qualcuno – lo ha commesso, ma dire che le difficoltà finanziarie del Paese, siano colpa sua, è decisamente troppo. Ancora meno lo si può dire di Meloni e FdI, unica opposizione al Draghi I, come ai governi precedenti.

Reddito di cittadinanza, bonus, elemosine, clientele, mancette varie ed eventuali, distribuite a piene mani sono, ascrivibili a totale (de)merito di centrosinistra, «giallorotti» e maggioranza allargata di SuperMario. E senza parlare delle sanzioni alla Russia che paghiamo anche noi; del fatto che l’Italia è l’unico Paese europeo nel quale negli ultimi 30 anni gli stipendi sono calati del 3%, mentre in Svezia sono cresciuti del 63%, in Germania del 33 e in Francia del 31.

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Eppure il Governatore di BankItalia avverte che l’inflazione arrivata al 6,9% non si combatte aumentando i salari e neanche alleggerendo tasse e cuneo fiscale. Ma, la stampa finge di non saperlo e continua strumentalmente ad ascrivere al centrodestra, tutti i guasti, passati e anche futuri, del nostro Paese.

Il report di Goldman Sachs sull’Italia

Niente di strano, quindi, se in vista delle politiche 2023, la grande finanza si sia messa già in moto. Lo spread Btp-Bund tedeschi è ripartito mettendo a segno un differenziale preoccupante del 3,4%. Come, insomma, all’inizio del 2018. E la Goldman Sachs, con un report del suo ufficio studi, ha annunciato di essere preoccupata dell’esito delle politiche dell’anno prossimo. Ovviamente, nel caso dovesse vincerle il centrodestra.

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Certo, nell’immediato il risalto non è stato quello atteso. Purtroppo, per lei, la guerra in Ucraina, le risse nel governo e la campagna elettorale per amministrative e – seppure in formato ridotto – referendum sulla Giustizia di domenica prossima, stanno monopolizzando l’attenzione di mass media e opinione pubblica.

L’obiettivo reale di Goldman Sachs

Personalmente, però la sensazione è che – vista la coincidenza temporale – l’obiettivo reale della banca d’affari statunitense fosse quello di «prendere due piccioni con una fava». Nell’immediato: convincere – senza dirlo – gli italiani a disertare l’appuntamento con l’election day del 12 giugno. Naturalmente, non nei 974 comuni dove si vota anche per le amministrative, bensì, negli altri 6.940 dove si vota solo sulla Giustizia.

Distraendo, così, l’attenzione generale dai referendum nella speranza di evitare il raggiungimento del quorum (50% + 1 elettore) in maniera da invalidare – indipendentemente dall’opzione che dovesse prevalere – l’esito del voto sui quesiti proposti. Il che finirebbe – seppure indirettamente – per rafforzare il potere della magistratura, consentendo, ai diretti interessati di sostenere che agli italiani, l’amministrazione della Giustizia, va bene così.

E, inoltre, in prospettiva delle elezioni politiche dell’anno prossimo: provare a bloccare la crescita dei consensi di Meloni e Fratelli d’Italia e impedire la vittoria del centrodestra che – a detta degli «analisti di New York – metterebbe a rischio il debito pubblico tricolore. «Guai a votare il centrodestra» e «Meglio la contiguità (pardon continuità)» hanno sostenuto.

L’ex uomo Bce e Goldman Sachs

Senza specificare, però, di quale «continuità» parlassero: se della litigiosità di una maggioranza bulgara che non è d’accordo su nulla o della capacità di ricatto con la quale l’ex uomo Bce e, prima, Goldman Sachs, tiene il Parlamento «sotto scacco», imponendo – sui provvedimenti più contrastati – il voto di fiducia e minacciando lo scioglimento anticipato delle Camere.

Cosa che la sinistra – dal 2006, non vince più alle politiche, ma continua a governare per i giochi di palazzo – non può consentirsi. Stando ai sondaggi ne uscirebbe, ancora una volta, con le ossa rotte. E non basterebbero: il cambio di legge elettorale e le due pensate geniali di Letta: mutare nome al Pd e allearsi con il M5S. Sempre che non gli dia una mano il centrodestra, continuando a litigare e presentandosi diviso all’appuntamento del 2023.

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