La pace si conquista con la diplomazia ed il buon senso, mai con l’arroganza del più forte

La guerra sta cambiando il mondo. I leader europei fanno finta di niente portando l’Europa verso l’autodistruzione

Gli imperi non sono eterni e non se ne conosce uno che non abbia visto il proprio declino dopo l’ascesa. La stessa cosa va detta per il mondo unipolare venuto fuori con il crollo dell’Unione sovietica, ultimo impero europeo. Gli Stati Uniti, dopo la fine della potenza concorrente, hanno pensato di essere rimasti gli unici protagonisti della scena mondiale e credono ancora di esserlo. L’ultimo terreno di scontro è l’Ucraina, dove è in atto una guerra per procura contro il nemico principale, la Russia.

Vero è che sul campo si stanno affrontando Russi e Ucraini, ma è altrettanto vero che la NATO e l’occidente non è da oggi che hanno imbottito di armi l’Ucraina e addestrato le sue truppe in vista di una resa dei conti finale. Fiumi di miliardi stanno scorrendo dal cosiddetto mondo libero in soccorso di Kiev, improvvisamente trasformatasi nella capitale della lotta per la democrazia e la libertà.

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Eppure il governo ucraino, prima della guerra, era universalmente riconosciuto come uno dei più corrotti al mondo, indegno di essere finanziato dal Fondo Monetario internazionale e bacchettato dall’Unione Europea per avere speso male i finanziamenti erogatigli (oltre 17 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti a partire dal 2014) a sostegno delle fatidiche «riforme» e per combattere la corruzione.

L’autodistruzione dell’Europa

Oggi la guerra sta cambiando il mondo, ma i leader europei fanno finta di non accogersene, oppure non riescono proprio a rendersene conto, portando l’Europa verso l’autodistruzione. Il nostro Presidente del Consiglio ciancia ancora di ripresa economica e di fronte allo spettro della recessione, ormai dietro l’angolo, si lascia andare nell’ennesima previsione sbagliata: «A oggi, non vedo una recessione quest’anno». Non c’è più cieco di chi non vuol vedere, e che il nostro banchiere fosse sordo alle istanze degli italiani era già noto.

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Il Ministro della Transizione Ecologica, più realisticamente, reduce dal G7 dello scorso marzo, in audizione al Senato, ha sottolineato come sia spiacevole ma indispensabile non potere rinunciare, al momento, al gas russo ed ha riferito di essersi trovato d’accordo con il suo omologo tedesco sul fatto che privarsene innescherebbe una «tragedia sociale».

Le scelte dettate da Washington

Ma poco importa, le nostre scelte politiche, economiche e militari sono dettate da Washington direttamente, oppure per il tramite di Bruxelles e della NATO. Stoltenberg, che ne è il segretario generale, è stato forse il più esplicito ed intervenendo sulla disponibilità di Zelensky (espressa e ritrattata in meno di 24 ore) a rinunciare alla Crimea in una eventuale trattativa con Mosca, si è lasciato sfuggire: «I membri della NATO non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea». La NATO, quindi, non è solo un’alleanza militare a guida statunitense, ma si arroga il diritto di parlare in nome e per conto degli Stati alleati in materia di politica estera e senza neppure averne ascoltato il parere.

Torna difficile, a questo punto, dare torto al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov secondo il quale l’Unione Europea sta manifestando «la tendenza a fondersi con la NATO e svolgere, di fatto, le funzioni di sua appendice». La simbiosi tra NATO e UE trova conferma pure nelle parole di Biden a Draghi in occasione del loro incontro a Washington del 10 maggio: «La cosa che più apprezzo di lei è lo sforzo fin dall’inizio per portare la NATO e la UE in sintonia nell’aiuto all’Ucraina».

Difficile pensare ad un Draghi capace di tessere una strategia europea come politico di punta, piuttosto i complimenti di Biden sono rivolti al suo servilismo atlantico e alla sua abilità di banchiere al servizio della NATO e degli USA nella intricata questione ucraina.

Una poggia di fondi per l’Ucraina

A lui si deve la nascita del «Fondo fiduciario di solidarietà dell’Unione europea per l’Ucraina» e del relativo «pacchetto resilienza» di 2 miliardi di euro fornito a Kiev dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Soldi destinati a lievitare nel tempo e che si andranno ad aggiungere ai 40 miliardi di dollari approvati dal Congresso USA, dopo i 14 già stanziati a marzo.

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, senza più la puzza sotto il naso, concorrono con altri 5 miliardi di dollari e i Paesi del G7 hanno già deciso di stanziarne 24. La guerra costa e per essa non si bada a spese, con le tasche dei contribuenti. Un balletto di miliardi per prolungare la guerra «fino alla vittoria dell’Ucraina», come dichiarato da Biden, che però farà pagare il conto agli europei.

Gli italiani pagheranno il prezzo maggiore, con una inflazione già vicina alla doppia cifra e una perdita del 2,5% del Pil, secondo una previsione «ottimistica» dello stesso governo, mentre la bilancia commerciale è sprofondata perdendo oltre 5 miliardi rispetto al 2021. Inevitabilmente, tutto ciò si tradurrà in centinaia di migliaia di posti di lavoro che andranno inevitabilmente in fumo.

Ma la guerra deve continuare e le sanzioni pure.

Siamo già al sesto pacchetto sanzionatorio, che però stenta a vedere la luce per la scarsa propensione al suicidio di alcuni stati europei e per le proteste del settore industriale colpito dall’effetto boomerang delle sanzioni. Persino De Benedetti ha avanzato forti perplessità, fino ad auspicare la fuoruscita dalla NATO nientemeno che dei suoi padroni statunitensi.

È fin troppo evidente che la strategia indicata da Letta, «affamiamo Mosca e avremo la pace», ha sortito l’effetto opposto a quello sperato: la Russia avanza, lentamente ma inesorabilmente nella conquista dei territori russofoni; la sua moneta, il rublo, non solo non è diventata carta straccia, ma si è apprezzata sul dollaro migliorando la quotazione dell’anteguerra; il saldo attivo della sua bilancia commerciale ha toccato il massimo storico.

L’altra strategia, armare l’Ucraina per raggiungere la pace, finora è risultata inefficace, con l’infelice risultato di alimentare la carneficina in atto soprattutto a danno degli ucraini, trasformati in carne da cannone ed in mercenari della NATO pur di soddisfare l’ambizione degli Stati Uniti a restare i padroni del mondo.

Forse sarebbe il caso di non far passare sotto silenzio le parole di Lavrov: «Ora siamo in un’altra era, quella dell’ordine mondiale multipolare». Prenderne atto sarebbe ragionevole perché la pace si conquista con la diplomazia ed il buon senso, mai con l’arroganza del più forte.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

Federproprietà Napoli

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