Una questione morale per l’Italia che riapre. E a Napoli “Cedesi San Gregorio Armeno”

Un piccolo passo in avanti e Matteo Salvini ha cinguettato manco fosse un “liberi tutti”. Il che non ci fa velo dall’esprimergli la più convinta solidarietà per l’incomprensibile (anche alla luce del non luogo a procedere, sempre nei suoi confronti, su un caso analogo: Gregoretti del Tribunale di Catania) rinvio a giudizio per il caso Open Arms deciso dal Gup del Tribunale di Palermo, Lorenzo Jannelli.

Il passo in avanti, sulle riaperture, sarà compiuto il 26 aprile con le attività all’aperto, bar e ristorazione, a pranzo e cena e scuole (niente più assembramenti nei trasporti pubblici locali?). Il 15/5 sarà il turno di piscine aperte; l’1/6 palestre e ristorazione al chiuso, da luglio le fiere e poi gradualmente tutto il resto.

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Allora cominceremo a verificare se davvero, «dopo la pandemia nulla sarà come prima». Anche se stando alle cronache di questi 14 mesi, la sensazione è che sarà anche peggio, perché bisognerà confrontarsi con problemi che vengono da lontano: le 150 crisi industriali e preesistenti al virus e quelle apertesi da marzo dell’anno scorso.

Ancora, un report Svimez-Mediocredito rivela, infatti, che sono ben 56mila le aziende sopravvissute grazie ai prestiti garantiti dallo Stato e che, quando l’ombrello pubblico si chiuderà, rischieranno di non riaprire. Il che conferma perché, quando il 31ottobre finirà il blocco dei licenziamenti, saranno ben 1,3 milioni i posti di lavoro che rischiano di andare perduti. E, purtroppo, per noi meridionali, il peggio è che 20mila di queste imprese sono localizzate nel Mezzogiorno.

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Intanto, gli artigiani presepiali di San Gregorio Armeno a Napoli denunciano che i ristori di cui sono stati beneficiari «sono bastati a malapena a pagare un fitto» e temono di essere costretti a lasciare la stradina dove si respira Natale anche a Ferragosto – a paninoteche e pizzerie, con il rischio che s’intrufoli anche la criminalità organizzata – strappando l’anima a Napoli.

A dirla tutta, però, i guasti prodotti dalla pandemia non si esauriscono nelle crisi sanitaria ed economica, ma includono anche quel “silenzio dei colpevoli” con il quale chi dovrebbe chiarire ciò che è successo – e come mai mentre gli italiani s’impoverivano c’era chi si arricchiva ai loro danni – sta circondando avvenimenti e responsabilità.

Una nuova “questione morale”, insomma, sta investendo politica e partiti. Una questione non da poco, dal momento che vede: l’ad di Invitalia, Arcuri, nominato dall’ex premier Conte ipercommissario anticovid, indagato dalla Procura di Roma per peculato, relativamente alle vicende legate alle forniture di mascherine e dispositivi di sicurezza, il cui nome comparirebbe, insieme a quello di D’Alema, anche nelle carte dei 140 ventilatori polmonari, farlocchi comprati dalla protezione civile; e Guerra, numero due dell’Oms ascoltatissimo collaboratore del ministro Speranza, indagato a Bergamo, per la scomparsa dal sito della stessa Organizzazione, di un rapporto di Francesco Zambon e altri collaboratori sul modo (“improvvisato e caotico”) con cui l’Italia aveva risposto alla pandemia.

Ebbene, poiché ad avviso personale, la rimozione di Arcuri più che per consentire un’accelerazione alla lotta contro il virus, è stata decisa per evitare al governo di essere sfiorato da un’eventuale, prevedibile indagine su Arcuri; mi chiedo – anche se essere indagati non significa essere colpevoli – cosa aspetti Draghi ad usare le stesse forbici anche con Speranza, per impedire all’esecutivo di essere lambito anche dal giallo del rapporto scomparso.

Per evitare che la sinistra si arrabbi o forse per non dare ragione alla Meloni che, pure, continua crescere nei sondaggi? E in tema di questione morale, che dire dello scandalo concorsopoli precipitato su Zingaretti con la Procura di Civitavecchia che indaga su una quarantina di assunzioni – fra cui assessori, consiglieri e dirigenti dem – dell’Udp della Regione Lazio (poi congelate), da Guidonia e da altri comuni in provincia di Roma, attingendo alla graduatoria di un concorso al comune di Allumiere o dell’ordinanza del Gip di Firenze, Zatini su esponenti del Pd della regione Toscana che sarebbero coinvolti in traffici illeciti, con la ‘ndrangheta?

E, poi il rinvio a giudizio di Salvini di cui in apertura. Un rinvio che dimostra ancora una volta la schizofrenia della giustizia italiana: per un’accusa analoga a Catania era stato decretato il non luogo a procedere. Da che parte sta la Giustizia? Quella della quale si può avere fiducia e non paura? Se queste sono le premesse del post-pandemia, c’è davvero poco da essere allegri. Ma è obbligatorio sperare, che il debito buono di Draghi e la nomina dei 29 commissari per sbloccare 57 opere pubbliche finanziate per 83 miliardi, ferme da tempo, di Giovannini, funzionino e producano la crescita attesa! Solo allora, potremo dire di essere usciti dal tunnel.

 

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