La morale e l’emozione del ‘minuto di silenzio’ nelle attività sportive

Il pensiero contemporaneo sembra versare in uno stato di grave crisi: non inquinare, non discriminare, non fumare, non superare i limiti orari, non annaffiare le piante in estate, sono i consigli proferiti, in nome della salute del pianeta o della tenuta del sistema, che sembrano moltiplicarsi veicolati da due vettori particolarmente persuasivi rappresentati dalla morale e dall’emozione, oggi parti integranti dell’ideologia del politicamente corretto che sembra però presentare alcuni errori di valutazione.

Innanzitutto il fatto di bocciare ogni tipo di contestazione, e persino ogni possibile interrogativo rispetto all’ecologia, alle parità di genere o alle diversità, dichiarate “fuori commercio” in nome del bene pubblico o, peggio ancora, promuovere ogni azione giudicata solo come un supporto alla verità stabilita e non come universalmente valida.

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Le federazioni sportive, ad esempio, stanno imponendo ai loro iscritti il minuto di silenzio contro il razzismo, siano essi favorevoli o contrari.

Ma perché protestare solo contro il razzismo? Instauriamo questo minuto di silenzio anche contro tutte le criminalità, come la pedocriminalità a esempio, che proprio nel settore sportivo, oggi così attento al razzismo, vive giornalmente le violenze di dirigenti pedofili, fortunatamente sporadiche, ma non per questo meno esecrabili.

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Quanti milioni di piccole vittime meriterebbero, specialmente loro, il minuto di raccoglimento contro le violenze che subiscono giornalmente? E quanti minori nel mondo meriterebbero il minuto di silenzio contro le violenze che subiscono nell’alveo familiare, una bambagia apparente che non impedisce alle cronache di registrarne la scomparsa? (Mensilmente dai 5 ai 16 piccoli soggetti)

Sembra che questa nostra società contemporanea si sia votata a un umanitarismo poco conseguente, quasi a gettone, se non riesce a protestare anche contro il divieto di esercitare un’attività sportiva che colpisce milioni di donne, tutte quelle che nel loro Paese – inutile precisarne nomi o usi e religioni – non possono esercitare il calcio, il nuoto, la boxe o il ciclismo ad esempio, come chiaramente svelato da Kimberly Coats, direttrice sportiva del Team Africa Rising del Ruanda quando ha denunciato, alle ultime Olimpiadi di Rio, la presenza di tre sole donne provenienti dall’Africa e nessuna concorrente di colore.

Non meriterebbero queste donne l’istituzione del minuto di silenzio canonico per venire aiutate nella loro voglia di sport?

E perché non aiutare col minuto di silenzio anche quei cittadini che non possono praticare il loro sport preferito solo perché sono giudicati oppositori del regime del loro paese, come i 246 milioni di cristiani perseguitati in diversi paesi musulmani o i 12 milioni di huygurs musulmani in Cina?

La moda del minuto di silenzio per un semplice alterco verbale o un banale epiteto sfuggito al fervore agonistico sembra essere diventata una protesta plateale, un’arma a doppio taglio che un giorno potrebbe rivolgersi contro le decisioni delle stesse autorità.

Quando perciò il pensiero corrente fischierà contro le società sportive un’espulsione o un calcio di rigore, queste si richiameranno certamente al regolamento, ma sarà inutile perché il regolamento sarà stabilito proprio da quel conformismo a cui ci siamo tutti sottomessi accettando questo minuto di silenzio soltanto contro il razzismo.

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