Recovery fund e fondi europei per il Sud: promesse tante, fatti più niente che pochi

“Ma che domenica bestiale!”. Da una parte il V-Day – l’avvio simbolico in Europa delle vaccinazioni anti-covid, ma in Italia siamo davvero pronti? Spero che almeno Arcuri lo sappia – e dall’altra la “scontatissima” approvazione della legge di bilancio alla Camera dei deputati, che, poi, la trasferirà al Senato per l’ok definitivo entro il 31dicembre, pena l’esercizio provvisorio.

Nel frattempo, però, mercoledì a Montecitorio hanno già votato la fiducia al Governo. E se la manovra non dovesse ottenere il via libera? Niente di grave. Avremmo un esecutivo “fiduciato”, ma in esercizio provvisorio, ovvero operativo pe dodicesimi, perché bocciato per il bilancio. Come sempre i pinocchi del mondo. Tranquilli, però, non accadrà. Ma parliamo d’altro.

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«Fusse ca fusse la vorta bbona?». Per il Mezzogiorno, intendo. Teoricamente, potrebbe anche esserlo, ma ho più di qualche dubbio. Sia chiaro, non perché non sia d’accordo con l’unità del Sud. Anzi! Tanto più, che chi mi segue, sa che sono convinto, da sempre, che esso possa crescere solo se le troppe stelle che ne compongono la costellazione: associazioni, movimenti, gruppi (autonomisti ed indipendentisti) – presenti su tutto il territorio nazionale dalle Alpi al Capo Passero – comincino a parlare la stessa lingua.

E, soprattutto, decidano di superare gli schematismi ideologici e partitici che li dividono e che con quest’area e le ragioni del suo sviluppo hanno ben poco da spartire e comincino a lavorare tutti insieme nel nome e nell’interesse della nostra terra.

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E certamente la nascita dell’intergruppo parlamentare sul recovery con esponenti politici di tutti gli schieramenti: M5S (4), Pd (4), Iv (3), Leu (1), FI (3), Fdi (3), ind. (1), ma nessun leghista, neanche fra quelli originari ed eletti al Sud (sorpresi? Non credo) e la missiva sottoscritta da tutti i governatori meridionali al premier Conte, nella quale hanno espresso la preoccupazione che anche le risorse del Next Generation Ue, possano essere utilizzate come al solito in maniera “strabica” a favore del Nord, contribuendo ad allargare ulteriormente i divari fra le due Italie, sembrano muoversi proprio lungo questa strada.

Eppure non è sufficiente. E non lo è, innanzitutto perché alla Camera, come al Senato i parlamentari espressione del Sud ci sono sempre stati per norma costituzionale (324 sul totale di 945) eppure – nonostante questa presenza (quasi un terzo) – i divari sono andati sempre crescendo. E dove non sono riusciti in 324, c’è qualcuno che può pensare possano riuscire in 19. Seppure uniti in intergruppo? Difficile, se non addirittura imposinbile.

Intanto, perché questo governo, pur essendo composta quasi al 50% da “meridionali” (29 su 63) con il Sud continua a comportarsi come quelli che l’hanno preceduto: promette certo e manca sicuro.

Un esempio per tutti, le risorse del recovery. La cui distribuzione territoriale, secondo la Commissione Ue, dovrebbe tener conto: della popolazione, delle differenze di Pil rispetto alla media europee e del tasso di disoccupazione. Per cui, dati alla mano: il 66% dovrebbe andare al Sud e il 34 al Nord.

Recovery Fund, nella bozza il 34% dei fondi destinati al Sud

Ma stando alla bozza in distribuzione attualmente andrebbero per il 34% al di sotto del Garigliano e il 66% al di sopra. Inconsapevolmente, senza rendersene conto, il ministro per il Mezzogiorno, Provenzano, nel tentativo di smentire questa inversione, l’ha confermata, sostenendo che è giusto che il Sud si mobiliti, ma la mobilitazione non va fatta su base territoriale bensì sulla progettualità.

Forse sarò un tantinello malfidato, ma – tenendo conto che l’accusa da sempre rivolta a motivazione della crescita dei divari, è quella che il Sud, manca di progetti – sono convinto che quando sarà il momento ci diranno che se la maggioranza delle risorse andranno al Nord, la colpa è nostra che non abbiamo presentato progetti o che sono senza qualità.

Del resto da chi, come il nostro ministro, continua a contrabbandare per fiscalità di vantaggio a favore del Mezzogiorno, un, comunque indispensabile. taglio del cuneo fiscale sul costo del lavoro valido per l’intero Paese, cosa ci si può aspettare? Ma non perdiamo le speranze, «domani è un altro giorno».

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