Il procuratore: sentenza primo grado condivisibile, ma termini decorsi
La sentenza di primo grado è condivisibile, ma i reati sono ormai prescritti. È la posizione della Procura generale di Roma nel processo d’appello sulla casa di Montecarlo, che vede imputati Gianfranco Fini e i componenti della famiglia Tulliani per riciclaggio. Dopo le condanne pronunciate nel 2024, il procedimento potrebbe così chiudersi senza una nuova decisione nel merito.
Il sostituto procuratore generale Roberto Felici ha chiesto alla Corte d’Appello di dichiarare il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti dell’ex presidente della Camera e fondatore di Alleanza Nazionale, della compagna Elisabetta Tulliani, del fratello Giancarlo e del padre Sergio Tulliani. «La sentenza di primo grado è condivisibile mentre non condivido le censure proposte con gli atti di appello proposti dai difensori degli imputati. Va preso atto dell’intervenuta prescrizione per i reati contestati», ha affermato il procuratore generale durante la requisitoria.
Il processo nasce dalla compravendita dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14, nel Principato di Monaco, che la contessa Annamaria Colleoni aveva lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale nel 2008. Nell’aprile del 2024 il Tribunale di Roma ha condannato Fini a 2 anni e 8 mesi, Elisabetta Tulliani e il padre Sergio a 5 anni e Giancarlo Tulliani a 6 anni. La difesa dell’ex presidente della Camera punta però a un esito diverso dalla semplice estinzione del reato: gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno hanno chiesto in via prioritaria l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» e soltanto in subordine la dichiarazione della prescrizione. La sentenza della Corte d’Appello è attesa a febbraio.
Cosa scrissero i giudici su Fini e Tulliani
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, i giudici della quarta sezione collegiale ricostruirono anche i rapporti tra Fini e Giancarlo Tulliani negli anni in cui maturò la vendita dell’immobile: «È risultato con certezza che Fini nel 2008 si adoperò per introdurre il cognato in ambienti dai quali potesse trarre fonti di guadagno. Tulliani infatti era privo di un solido profilo professionale e le società che a lui facevano capo, compresa la Wind Rose presieduta dal padre Sergio Tulliani, non erano più attive o erano state volontariamente liquidate».
Nella stessa sentenza i giudici si soffermarono sulla decisione di cedere l’appartamento ereditato dal partito: «Nello stesso arco di tempo, su insistenza di Giancarlo Tulliani e della sorella, Fini si determinò a vendere l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte, 14 in Montecarlo, che il partito aveva ricevuto in eredità dalla contessa Colleoni, nonostante la decisione contraria assunta in precedenza dal partito. Ciò accadde per le insistenze dei due fratelli, come precisato dallo stesso Fini».
Il sequestro da oltre 2,2 milioni a Giancarlo Tulliani
Un ulteriore capitolo della vicenda si è aperto nel novembre del 2025, quando la Guardia di Finanza ha eseguito nei confronti di Giancarlo Tulliani un sequestro di beni per un valore superiore a 2,2 milioni di euro. Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Roma su proposta dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia, ha interessato una villa nella Capitale, auto di lusso e conti correnti aperti sia in Italia sia all’estero.




