Toghe rosse: «No» a tutela della collega che ha aperto l’inchiesta
Sembra che al Capo dello Stato non sia piaciuta l’iniziativa della pm ravennate Angela Scorza di aprire un’inchiesta nei confronti di un gruppo di medici – decisamente numeroso e ramificato su tutto il territorio nazionale e, per di più, non autorizzati dal protocollo della Prefettura di Ravenna – che aveva affidato a Pronto Soccorso e Medicina d’urgenza i controlli ai migranti, per stabilirne l’opportunità a restare o no nei Cpr in attesa della sentenza di espulsione o meno dall’Italia. Erano, quindi, questi ultimi gli unici a poter sottoscrivere i certificati relativi.
Mentre a farlo sono stati medici non autorizzati a controllare alcunché, per cui – per la mancanza di autorizzazione a monte – i documenti erano da ritenere comunque farlocchi, ma hanno consentito ai migranti di lasciare i Cpr. Un’iniziativa, quella dei giudici, che non è stata troppo gradita dalla senatrice del campo(santo) Cucchi e altri due esponenti della sinistra: Paolo Trande (cons. reg. Avs in Emilia-Romagna) e Donatella Albini (responsabile nazionale salute della sinistra), entrambi medici, che si sono scagliati duramente contro gli inquirenti.
Peraltro, qualcuno dei firmatari (chissà se non anche d’accordo con Ong e scafisti), consapevole della gravità del proprio comportamento finalizzato a mettere in difficoltà il governo e a bloccare le norme contro l’immigrazione clandestina, ha dichiarato che «piuttosto che mandare qualcuno in un Cpr mi faccio radiare». Un pericolo effettivamente esistente se le accuse dovessero risultare fondate.
Un silenzio pesante
Forse i giudici speravano che, anche stavolta, il Capo dello Stato si schierasse al loro fianco. Come in occasione della seduta ordinaria del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, il 18 febbraio scorso. Una presenza particolarmente eccezionale, perché è stata la prima volta in undici anni di presidenza che il Capo dello Stato ha preso parte ai lavori ordinari del Consiglio. Ma le cose sono andate diversamente. In questa occasione, infatti, Mattarella, esattamente come fa ogni qualvolta qualcosa non lo convince del tutto, il proprio dissenso lo dimostra tacendo. E così ha fatto in questa occasione: ha taciuto, come se nulla fosse.
Non sarà perché a febbraio si era alla vigilia del referendum per la riforma della Magistratura ed era importante che Mattarella ci fosse per dare una mano alla vittoria del «no»? E, magari anche, perché, no?, questa volta le accuse arrivavano dal Pd e non dal governo o da qualche partito del centrodestra? Chissà! Di certo, però, stavolta Mattarella si è defilato, offrendo così la sensazione di essere più vicino ai dem che non ai magistrati. Come sempre, però, evitando di dirlo apertamente e, quindi, senza assumersene alcuna responsabilità.
Chissà che non sapesse già che al suo posto sarebbero – come del resto hanno fatto – arrivate le toghe rosse di Magistratura Democratica e Area, votando «no» alla tutela di chi ha indagato i medici «certificanti». «Eppure, di solito i magistrati sono compatti nel difendersi fra loro», hanno sostenuto due membri laici del Csm, le pm Elena Eccher (quota Lega) e Isabella Bartolini (quota FdI), dicendo, invece, «sì» al sostegno.
Garofani e il Colle «registratore»
Ma è tornato a far sentire la propria voce anche il suo consigliere di Stato per gli Affari del Consiglio Supremo di Difesa, Francesco Saverio Garofani, ex parlamentare dem (viva la terzietà del ruolo!), che – conversando con il collega Minzolini, già direttore de «Il Giornale» – per l’ennesima volta si è lasciato andare a considerazioni che ne hanno messo in vetrina l’antigovernismo e, peggio ancora, «ridimensionando» il ruolo del Capo dello Stato più longevo della storia repubblicana a semplice «registratore» di Palazzo Chigi.
Ribadendo le affermazioni già rilasciate qualche mese addietro, quando ebbe a dire che «sarebbero necessari, possibilmente prima delle elezioni, cambiamenti per poter liquidare la Meloni». Ora la cosa si è ripetuta e in maniera ancora più dura. Intanto ha «sentenziato» che la Meloni è «un premier» «che non sa cosa fare», aggiungendo poi che «sul voto il Colle non decide, bensì fa da registratore» di Palazzo Chigi.
La Costituzione sul ruolo del Presidente
Ma ha dimenticato di dire su quale Costituzione lo ha letto. Di certo, non su quella italiana che all’art. 87 detta: «Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione, autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa del Governo» e all’88 aggiunge: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura».
Chissà che Garofani non avesse come obiettivo quello di convincere «qualcuno» ad approfittare dell’eventuale richiesta – ormai quasi certa – di fiducia della Meloni in occasione del voto per la legge elettorale, votando «no», per far dimettere il Governo – come anticipato dalla stessa premier in caso di sconfitta – e Mattarella ci rifili l’ennesimo esecutivo di pseudo-tecnici senza programmi e maggioranza. Ma l’uomo del Colle è d’accordo? Evidentemente sì! Altrimenti avrebbe già dovuto chiederne le dimissioni. E non da oggi!




