Torre Annunziata riparte dalle sue eccellenze: Setaro, Camera e Pagano insieme per raccontare Oplonti

Eccellenze locali diventano il cuore di una nuova proposta turistica

La storia millenaria di Oplonti, l’olio, la pasta e la pizza. Quattro elementi apparentemente diversi che possono diventare le tappe di un unico racconto: quello di Torre Annunziata e della sua identità. È questa l’idea alla base del progetto di valorizzazione turistica ed enogastronomica che vede insieme tre protagonisti dell’imprenditoria locale: Gino Camera, titolare di Tenuta Nunziata; Vincenzo Setaro, esponente dello storico Pastificio Setaro; e Vincenzo Pagano, fondatore e patron di Casa Caponi.

Un’iniziativa che prova a mettere in rete ciò che Torre Annunziata possiede già: un patrimonio archeologico di valore internazionale, una storia produttiva secolare e un’identità gastronomica fortemente legata al territorio. Alla base del progetto c’è la volontà di trasformare le eccellenze locali in un sistema.

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Gino Camera, con Tenuta Nunziata, parte dalla terra. La struttura si sviluppa su circa ventimila metri quadrati e lega agricoltura, prodotti, cucina e ospitalità. Il progetto Agroclub, avviato negli anni precedenti, rappresenta uno dei punti di partenza dell’idea di creare un’offerta turistica capace di andare oltre la semplice visita a un singolo luogo.

Vincenzo Pagano, invece, porta nel progetto l’esperienza di Casa Caponi, nata nel 2017 nello storico Palazzo Fusco. La sua idea di ristorazione mette al centro la cucina vesuviana, la pizza, le produzioni locali e il rapporto con la cultura di Oplonti.

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E poi c’è Vincenzo Setaro, depositario di una delle storie imprenditoriali più significative della città. Il Pastificio Setaro nasce infatti nel 1939, quando Nunziato Setaro acquistò uno stabile ottocentesco in pietra lavica e decise di investire nella produzione della pasta. Una scelta che la famiglia ha continuato a difendere nel tempo, mantenendo la produzione a Torre Annunziata. La sfida adesso è fare in modo che queste realtà non rimangano esperienze separate.

Da Oplonti alle eccellenze della città

Chi arriva a Torre Annunziata per ammirare la Villa di Poppea potrebbe essere accompagnato alla scoperta della storia della pasta; conoscere la tradizione dell’olio e delle coltivazioni vesuviane; incontrare la cucina del territorio e comprendere l’evoluzione della pizza. Un percorso nel quale archeologia ed enogastronomia diventano parti dello stesso racconto. È soprattutto questo l’aspetto innovativo dell’iniziativa: provare a trasformare il visitatore degli scavi in un visitatore della città. Perché Oplonti può rappresentare la porta d’ingresso, ma dietro quella porta esiste un patrimonio fatto di imprese, persone, sapori, tradizioni e storie familiari che meritano di essere conosciute.

Abbiamo incontrato Vincenzo Setaro per approfondire il progetto e, soprattutto, per capire quale ruolo possa avere l’antica tradizione pastaia nella costruzione di una nuova immagine turistica di Torre Annunziata.

Il progetto immagina un percorso che conduca il turista dagli scavi di Oplonti alle eccellenze enogastronomiche. Come dovrebbe essere organizzato concretamente perché non rimanga soltanto una bella idea?

«Occorre creare una rete vera. Non basta mettere insieme alcuni imprenditori e avere una buona intuizione. Bisogna coinvolgere istituzioni, operatori turistici, attività commerciali, ristorazione e associazioni. Servono itinerari definiti, informazioni facilmente accessibili, collegamenti, visite organizzate e accordi con tour operator. Chi arriva a Oplonti dovrebbe poter sapere immediatamente che, terminata la visita archeologica, esiste un percorso attraverso il quale conoscere la pasta, l’olio, la pizza e le altre eccellenze del territorio. Il turista deve essere accompagnato a scoprire la città, non lasciato solo dopo l’uscita dagli scavi».

L’ambasciatrice di Torre Annunziata

Il vostro marchio porta da decenni il nome di Torre Annunziata fuori dai confini cittadini e italiani. Può l’enogastronomia diventare uno degli strumenti attraverso i quali rilanciare anche l’immagine della città?

«Assolutamente sì. L’enogastronomia oggi è una componente fondamentale dell’esperienza turistica. Le persone viaggiano non soltanto per vedere monumenti e musei, ma anche per conoscere i sapori e le tradizioni dei luoghi. Torre Annunziata ha una storia gastronomica importante e può raccontarla con orgoglio. La pasta, l’olio, la pizza, i prodotti vesuviani possono diventare ambasciatori della città, soprattutto se vengono collegati alla sua storia e al suo patrimonio culturale».

Camera rappresenta il rapporto con la terra e l’olio, Pagano quello con la pizza e la cucina vesuviana, Setaro l’antica arte bianca. È possibile costruire intorno a queste eccellenze un vero “brand Torre Annunziata”?

«Credo che sia possibile, ma il brand non può essere semplicemente uno slogan. Deve nascere da una rete di realtà credibili e da un progetto condiviso. Abbiamo prodotti, storia, archeologia, tradizioni e competenze imprenditoriali. Bisogna mettere insieme questi elementi e presentarli con un’identità riconoscibile. Il visitatore dovrebbe associare Torre Annunziata non soltanto alla Villa di Poppea, ma anche a un’esperienza fatta di storia, sapori e cultura vesuviana».

Il racconto di Torre Annunziata ai visitatori stranieri

ll progetto guarda anche ai tour operator e alle grandi fiere turistiche internazionali. Che cosa vorrebbe raccontare di Torre Annunziata a un visitatore straniero che non conosce ancora Oplonti?

«Gli racconterei che esiste una città alle pendici del Vesuvio nella quale, nello spazio di pochi chilometri, è possibile attraversare duemila anni di storia. Si può entrare nella straordinaria Villa di Poppea e subito dopo incontrare una tradizione produttiva che continua ancora oggi. Vorrei che il visitatore straniero scoprisse una Torre Annunziata autentica, fatta non soltanto di reperti archeologici, ma di persone, famiglie, imprese e saperi tramandati nel tempo. È questa autenticità che dobbiamo riuscire a trasformare in un valore turistico».

Infine se dovesse immaginare Torre Annunziata tra cinque o dieci anni, quale città vorrebbe vedere? E quale ruolo vorrebbe che avessero gli imprenditori locali nella sua rinascita?

«Vorrei vedere una città capace finalmente di riconoscere il valore di ciò che possiede. Una Torre Annunziata più accogliente, meglio collegata, nella quale Oplonti sia il punto di partenza di un percorso più ampio e dove le attività produttive e commerciali possano beneficiare della presenza dei visitatori. Gli imprenditori devono fare la loro parte: investire, collaborare e avere il coraggio di proporre idee. Ma serve una visione condivisa con le istituzioni e con tutta la comunità. Nessuno può pensare di rilanciare una città da solo. La sfida parte proprio da qui: fare in modo che Oplonti non sia soltanto un luogo da visitare, ma l’inizio di un viaggio dentro Torre Annunziata. Un viaggio nella sua storia, nei suoi sapori, nelle sue imprese e soprattutto nella capacità di una città di riscoprire la propria identità per costruire il futuro».

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