Tasse, tassi e meno libertà: questa è davvero l’Europa che volevamo?

Gli elettori protestano, ma Bruxelles sembra non cambiare rotta

Se questa è l’Europa che ci è toccata: tasse, tassi e niente democrazia, forse, negli anni 80-90, avevano ragione gli euroscettici a dire no all’Ue. E la vittoria dell’AfD alle regionali in Sassonia ne è la dimostrazione più lampante. Più che un colpo di vento, una tempesta che ha consentito ad Alice Weidel, con il 44%, di veder raddoppiare i consensi del proprio partito. Mentre sono crollati i cristiano-democratici, che hanno perso ben il 19,1%, fermandosi al 18%, e sono addirittura scomparsi i socialdemocratici.

Come al solito – come all’indomani di ogni sconfitta, anzi, stavolta di più (anche per le proporzioni della «mazziata») – il colore rosso vivo dell’arroganza presuntuosa della sinistra elitaria, tedesca ma anche italiana, è diventato viola con tendenza al nero perché questo risultato, secondo loro, farebbe presagire il rischio del nazifascismo in arrivo. Il che rappresenta il punto più lontano cui riescono a spingersi per provare a capire le ragioni delle loro sconfitte. Qui si fermano e, causa l’ormai notissima limitatezza della loro capacità di pensiero politico, non riuscendo a capire il vero motivo per cui continuano a perdere, finiscono regolarmente per prendersela con gli elettori.

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Il che, evidentemente, li consola, li fa sentire comunque migliori degli avversari, anche se poi a vincere sono sempre questi ultimi. Lo dimostra l’ultima stupidata boccacciniana – fatta propria anche da Gentiloni e dalla stampa del pensiero unico – per cui per la destra voterebbe chi ha studiato poco e risiede nelle periferie cittadine, mentre per loro voterebbe il non plus ultra della cultura e delle élite urbane. Senza capire che una convinzione del genere, più che far pensare alla cultura, ricorda il «culturame».

Meloni e il peso dell’Italia in Europa

E ciò ci porta a un’altra menzogna che sono soliti raccontare dall’inizio di questa legislatura. Da quando, cioè, questo governo ha messo per la prima volta piede a Palazzo Chigi (22 ottobre 2022). Da quel momento, infatti, hanno cominciato a favoleggiare che «a Bruxelles la Meloni e il suo governo sono isolati», ripetendolo senza soluzione di continuità. Pure se poi, in particolare dopo le elezioni sassoni, si sono visti costretti ad autosmentirsi, sostenendo che il «voto tedesco è colpa di Giorgia». Sul che si può essere anche d’accordo. Solo che, però, più che di una colpa, nel caso si tratterebbe di un merito.

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Ma va anche detto che, prima di parlare, dovrebbero almeno provare a mettersi d’accordo con il proprio cervello e decidere – possibilmente prima di aprir bocca e sproloquiare – se questa benedetta Italia e la Meloni, in Europa, contano o no. In realtà sanno benissimo che in questi quattro anni Roma, con l’esecutivo di centrodestra, è ritornata centrale in quel di Bruxelles, altrimenti perché avrebbero attribuito a lei la «responsabilità» di quello che, più di un successo, è stato un trionfo dell’AfD in Sassonia e ha lanciato grosse nubi sul futuro politico della Spd, già scomparsa, e della Cdu, dimezzata?

Le divisioni nel centrosinistra

Di più, ha anche innescato l’ennesimo corto circuito nella già tanto sgarrupata alleanza di centrosinistra. Tant’è che al panel di Cernobbio dedicato alle opposizioni (dal quale i cosiddetti leader del campo(santo) sono usciti ridimensionati anche dalle imprese) Renzi e Schlein, in platea, hanno continuato a starsene a debita distanza l’uno dall’altra e Conte ha scelto – forse per far notare ancora meglio la mancanza di stima nei loro confronti, soprattutto riguardo a Renzi, cui peraltro ha consegnato il foglio di via dalla coalizione – d’intervenire da remoto.

Bisogna dire, però, che neanche «Giuseppi» se la passa troppo bene. È tornato Beppe Grillo con un nuovo progetto per i 5S, per la cui stesura si è rivolto all’imprenditore ed ex consigliere di Donald Trump, Elon Musk, e nell’attesa che arrivi la sentenza che, secondo lui, dovrebbe strappare all’avvocato di Volturara l’uso del simbolo pentastellato.

Centrodestra, Vannacci e ritorno delle preferenze

Dall’altra parte del campo, qualcuno sostiene che Vannacci abbia tentato qualche «avance» verso il centrodestra. «Se vogliono governare, facciano i conti con noi». A dire il vero, più che una proposta di alleanza, sembra un ricatto e bene ha fatto la Meloni a mandarlo a quel paese: «Non dobbiamo vincere snaturandoci», ha detto. Tanto più che il ritorno delle preferenze, che offre agli elettori la possibilità di scegliere tre parlamentari con alternanza di genere, in una lista di sei nomi, con il capolista bloccato, è l’ennesima dimostrazione di compattezza del centrodestra.

Casa, tassi e la risposta dell’Unione europea

Il peggio, però, è che l’Ue ha deciso di rispondere in maniera ideologica alla crisi della casa e imporre restrizioni agli affitti brevi a uso turistico nelle aree sotto pressione abitativa, comprimendone ulteriormente il diritto di proprietà. E, per finanziare i progetti della von der Leyen di dare capacità fiscale alla Commissione, la Lagarde pensa di aumentare il costo del denaro.

Ma si sussurra anche l’intenzione di ricorrere a clausole illiberali, seppure previste in Costituzione (vedi il commissariamento integrale), per «fregare» il Land sovranista, congelando fondi attraverso l’affidamento allo Stato centrale dei poteri esecutivo e legislativo.

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