Il caso Report azzoppa l’«immunità antifascista»

Ranucci capisca che è tempo di verità, non di minacce

Se – come dice l’antica e mai smentita saggezza – «tutti i nodi vengono al pettine», ne discende per conseguenza che alcune volte «la corda troppo tesa finisce per spezzarsi». È successo così per il caso Ranucci-Report-Lavitola? E chi lo sa! Di certo, però, si è rotto quello spesso muro difensivo antidestra di cui i lettori de «IlSud24.it» si ricorderanno, avendone il sottoscritto parlato per la prima volta nel novembre di due anni addietro: «L’immunità antifascista» di Ranucci, Saviano & C.

Laddove per & C. s’intendono quelli che, in difesa dei propri interessi economici, carrieristici e professionali, continuano a nascondersi dietro il rischio – che non esiste – del fascismo ritornante e, per antifà, l’ipocrisia di quanti se ne servono, e non sono pochi, per essere sempre sulla scena, inattaccabili, inamovibili e occupando – peraltro, ben retribuiti – Rai, radio e tv private, imprecando contro la Meloni e riempiendo paginate di fake news contro la maggioranza, senza correre alcun rischio e dover mai rendere conto a chicchessia.

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Tant’è che fin dall’immediato dopo voto del 2022 la minoranza sinistrorsa ha sempre avuto come principale obiettivo quello di contestare qualunque azione realizzata dall’esecutivo. Il tutto con una strategia finalizzata alla ricerca dello «share», trasudante partigianeria antidestra, onde mettere in difficoltà il governo e provare a ridurre ai minimi termini la fiducia degli italiani nei suoi confronti e, di contro, far crescere la popolarità del conduttore di Report e dei suoi collaboratori più affidabili che ora, tra l’altro, hanno cominciato a prenderne le distanze e hanno sottoscritto un documento che lo commissarierebbe. Contrariamente all’amico Lavitola.

Il progetto di premiership e le dichiarazioni di Lavitola

Ma c’è qualcuno disposto a giurare che l’idea originaria del progetto di premiership Ranucci, lanciato con l’attentato esplosivo alla macchina di quest’ultimo, a pochi metri da casa sua, per sottolinearne l’importanza e quanto fosse temuto, sia stata davvero soltanto sua? Personalmente non lo farei. Alla luce delle due dichiarazioni un tantinello, ma neanche troppo, enigmatiche «consegnate» alla pm dall’ex editore nell’interrogatorio di garanzia: «L’ho fatto per il suo bene, per fargli aumentare la scorta» e quella al portale MowMag: «Se il colpevole sono io, lui era d’accordo». E, perché no?, anche a quella del legale di Lavitola che, sulla questione, si è limitato a un asettico «no comment».

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Un disegno che non si sa da dove nasca, da quali meriti particolari sia dettato, se non dalla speranza che Report e le amicizie del «conducator» – «Io tranquillo, Sigfrido è amico delle toghe», sosteneva il «progettista», vaticinandogli «tra due anni sarai presidente del Consiglio» – proseguissero a gonfiarne la popolarità e che il continuare a lavorare per lui sottobanco, con giornali e giornalisti tutti coinvolti – magari anche loro senza essersene resi conto – nella realizzazione del progetto, al momento opportuno avrebbe rappresentato la ciliegina sulla torta elettorale di Ranucci.

Del resto, se la gip che ha condotto l’indagine ha «sostenuto» che il giornalista preferito dalla sinistra – nonostante fosse l’eventuale beneficiario del progetto e avesse provato a fornire all’amico Valter un possibile alibi – dell’attentato alla propria macchina non sapesse alcunché e sia da ritenere parte lesa, perché avrebbero dovuto accorgersi del loro coinvolgimento, peraltro indiretto, nel disegno del faccendiere quelli che, scrivendone, facevano soltanto il proprio lavoro?

«La voce che spaventa» e il paragone con Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino

Ma l’apice dello squallore il mitico Sigfrido lo ha toccato quando ha deciso di scendere in campo direttamente con un messaggio social dal titolo delirante «La voce che spaventa» – ovviamente la sua –, scalando la cima della spocchia e della megalomania, paragonandosi ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, politici e magistrati che alla lotta alla mafia e alla criminalità hanno davvero sacrificato la propria vita.

«La storia italiana – ha scritto, infatti, Ranucci – non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza, ma per eccesso di chiarezza e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». Un passaggio, a suo parere, rappresentativo della propria azione.

Per fortuna, probabilmente per rispetto verso gli uomini citati da lui come suoi predecessori, niente – neanche dagli specializzati in materia: Pd, M5s e Avs – elogi per lui. Anzi, il silenzio quasi totale.

Certo, la conclusione della vicenda è ancora lontana, ma una cosa è certa: finita l’immunità antifascista, sarebbe il caso che, anziché minacciare, Ranucci & C. si rendessero conto che anche loro devono fare i conti con la verità. Checché ne pensi Stefano Feltri, l’ex direttore del «Domani» – fondato da De Benedetti per dar fastidio a «Repubblica», ma senza riuscirci –, che «genialmente» si è inventato un’altra panzana: un complotto di destra. A proposito, Sigfrido: ma è davvero la storia che uccide o non piuttosto qualcuno che pensa di «uccidere» per fare la storia?

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