Torre Annunziata, la politica che non impara mai e il prezzo di decenni di errori

Senza rompere con il passato, sarà solo un’altra pagina buia

Il secondo scioglimento per infiltrazioni camorristiche in quattro anni non costa soltanto in termini politici. Per Torre Annunziata il commissariamento significa diciotto mesi senza amministrazione eletta, con una Commissione straordinaria chiamata a guidare Palazzo Criscuolo fino al ritorno alle urne.

Il primo costo è istituzionale. Una città che torna sotto gestione straordinaria perde continuità politica, programmazione e capacità di decisione. Bilanci, personale, appalti, patrimonio, urbanistica, partecipate, alloggi e beni confiscati sono settori troppo delicati per non risentire di una frattura amministrativa così profonda.

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Poi c’è il costo burocratico. Ogni pratica rallentata, ogni opera da rivalutare, ogni affidamento da controllare pesa sui cittadini. Il commissariamento serve a ristabilire legalità e trasparenza, ma impone inevitabilmente verifiche più lunghe e procedure più caute. In una città già fragile, anche il tempo diventa denaro.

Il terzo costo è economico. Torre Annunziata deve attrarre investimenti, riaprire cantieri, valorizzare patrimonio pubblico e beni confiscati. Ma una città sciolta due volte per infiltrazioni criminali in quattro anni trasmette all’esterno un’immagine pesante. Imprese, professionisti e investitori guardano anche alla stabilità degli enti. E l’instabilità amministrativa può diventare un freno silenzioso.

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C’è infine il costo democratico. Per diciotto mesi i cittadini non potranno scegliere sindaco e consiglio comunale. La gestione straordinaria è una misura necessaria quando lo Stato accerta condizionamenti della criminalità organizzata, ma resta una sospensione della normale vita politica locale. A pagare non sono soltanto gli amministratori travolti dal provvedimento. Paga l’intera comunità.

La fragilità politica e amministrativa

C’è poi un legame che non può essere ignorato. Sottile o doppio, a seconda dello sguardo con cui lo si legge, il secondo scioglimento richiama quello che aveva già colpito la precedente amministrazione Ascione. Non è soltanto una coincidenza temporale. È il segnale di una fragilità politica e amministrativa che attraversa la città da anni e che non può essere scaricata solo sui decreti, sulle relazioni prefettizie o sulle commissioni d’accesso.

Per questo la responsabilità non riguarda soltanto chi ha amministrato. Interroga anche i partiti, le classi dirigenti, i mondi civici che hanno costruito consenso, scelto candidati, formato liste, sostenuto alleanze. E interroga, in misura diversa ma non marginale, anche i cittadini, chiamati a chiedersi quale politica abbiano premiato, tollerato o semplicemente lasciato passare.

Il conto vero, quindi, non è solo quello delle indennità o delle spese della Commissione. Il prezzo più alto è nella fiducia perduta, nelle occasioni rinviate, nei servizi da rimettere in ordine e nella necessità di ricostruire un Comune credibile.

Se questo secondo scioglimento servirà alla città per fare finalmente i conti con gli errori degli ultimi vent’anni (e più), rafforzare gli anticorpi delle istituzioni e voltare davvero pagina, allora il prezzo pagato potrà trovare una giustificazione. Se invece tutto si risolverà nell’ennesima parentesi destinata a chiudersi senza un reale cambiamento, resteranno soltanto costi a perdere: economici, amministrativi e, soprattutto, sociali. Sarebbe il conto più pesante che Torre Annunziata potrebbe pagare.

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