Un pericolo trascurato: il 46% degli annegamenti avviene in laghi, fiumi e torrenti

Una delle emergenze estive più gravi e meno discusse

La tragedia avvenuta il 27 giugno scorso nelle acque del lago di Vico, nel Viterbese, accende i riflettori sugli annegamenti nel nostro Paese. Come si ricorderà, Luigi Cavallari, 84enne marito del ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, dopo essersi tuffato in quelle acque che conosceva bene, è riemerso per un attimo e poi è sprofondato nell’oscurità lacustre. Per giorni, h24, si sono effettuate con tutti i mezzi le ricerche, con sub, barche, droni sottomarini, ecoscandagli, sonar sperimentali.

Il lago di Vico è profondo in alcuni punti anche 50 metri, ma la media è di circa 22. Il vero problema è rappresentato dal fango e dalle piante, che impediscono la visione subacquea già a pochi metri di profondità. Negli ultimi anni in questo lago sono morte sei persone, tra annegamenti per malori, sbalzo termico, correnti. Quello di Vico è il terzo lago del Lazio, dopo Bolsena e Bracciano, e in questi ultimi si registrano mediamente una o due morti l’anno, principalmente d’estate. Va anche detto che i primi due sono frequentati da molte più persone, per le strutture turistiche e per l’ampiezza del bacino.

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In Italia, comunque, la dimensione del fenomeno è preoccupante: ogni anno nel nostro Paese muoiono annegate dalle 330 alle 400 persone, e di queste circa 140 scompaiono nelle cosiddette acque interne (laghi, fiumi, torrenti). Rispetto al mare, le acque interne sono considerate più insidiose, a causa degli sbalzi termici (spesso l’acqua è più fredda), del fondale irregolare e fangoso, e delle correnti. Nei laghi infatti talvolta di formano dei mulinelli che possono trascinare una persona a fondo. In particolare, nel biennio 2024-2025, la maggior parte degli annegamenti è avvenuta in mare (281) e nelle acque interne (277); gli annegamenti in piscina (37) hanno coinvolto principalmente bambini e adolescenti. Gli annegamenti nelle acque interne rappresentano quindi il 46% del totale.

Secondo un recente convegno (12 giugno 2026) dell’Osservatorio del ministero della Sanità, il «malore in acqua» rappresenta la causa principale, seguito dalle «cadute in acqua», dalle «condizioni meteo avverse e dal mare mosso» e dal «ritorno a riva impedito da un ostacolo o dalle correnti di ritorno». In circa il 6% dei casi è stato possibile rilevare che nonostante fosse presente la segnalazione di pericolo con la bandiera rossa tale indicazione era stata disattesa.

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