Catherine Birmingham: «Figli mai isolati»
Catherine Birmingham torna a parlare della sua famiglia e delle scelte compiute con Nathan Trevallion. Dall’educazione domestica al sistema Steiner, fino alla nuova casa, la madre della «Famiglia nel bosco» difende il percorso intrapreso. Per la donna, il punto centrale resta il ritorno dei bambini. Nell’intervista a «Cinque Minuti» su Rai 1, la madre della cosiddetta «Famiglia nel bosco» ha raccontato il primo incontro con i figli dopo la separazione: «È stato un buon incontro», ha detto, spiegando che i bambini continuano a chiedere «quando possono tornare a casa».
Catherine ha descritto quel momento come un ritrovarsi, più che come una semplice visita: «Eravamo chiaramente molto felici di incontrarci, di ritrovarci come famiglia». La separazione, invece, resta una ferita aperta. Birmingham l’ha definita «un momento estremamente traumatico», aggiungendo di non volerci tornare con il pensiero. Anche i figli, secondo la madre, «sicuramente soffrivano».
La sua versione respinge l’immagine di bambini cresciuti in solitudine. I figli, ha sostenuto, «non sono mai stati isolati»: intorno a loro c’erano vicini, amici, familiari e altre famiglie con bambini. A volte erano gli altri ad andare da loro, altre volte Catherine e Nathan portavano i figli fuori, mantenendo rapporti con la comunità.
L’educazione domestica e il metodo Steiner
La scelta dell’educazione in casa viene presentata da Birmingham come una decisione familiare consapevole. Lei e Nathan Trevallion, ha spiegato, si occupavano direttamente dei bambini, con il sostegno di altre persone. Quanto all’istruzione, la madre ha collegato il percorso seguito dai figli al sistema Steiner. In quel modello, ha affermato, lettura e scrittura arrivano più avanti, perché legate a una fase successiva dello sviluppo del cervello.
Birmingham ha parlato di un primo livello collegato al subconscio e di un secondo momento, quello del pensiero conscio e lineare, nel quale si comincia a insegnare a leggere e scrivere. La prospettiva, nelle sue parole, resta quella di una vita familiare in Italia. «Sicuramente rimarremo», ha detto, assicurando di voler garantire ai figli ciò che ritiene necessario: «Una vita in armonia, in felicità e nell’amore», insieme al marito e ai bambini.
Il progetto della nuova abitazione
Sul piano concreto, la famiglia sta provando a costruire una nuova fase anche attraverso una nuova casa. Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno presentato lunedì scorso la domanda di permesso per realizzare una nuova abitazione al posto della «casa nel bosco».
A renderlo noto è stato l’avvocato Simone Pillon, che ha collegato l’iniziativa alla volontà della coppia di dimostrare «la serietà di intenti» e di favorire «il rientro dei minori in tempi brevi». Il progetto, secondo il legale, riguarda un edificio conforme alle più recenti tecnologie green e alle normative ecologiche europee. Poiché si tratterebbe in larga parte di strutture prefabbricate, i lavori potrebbero durare circa sei mesi dalla concessione del permesso.
Fino ad allora, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion continueranno a vivere nell’immobile di Palmoli messo provvisoriamente a disposizione dal Comune. La futura abitazione, ha spiegato la donna, dovrebbe sorgere nella loro proprietà e rispettare «tutti i requisiti dei servizi sociali», senza rinunciare alla connessione con la natura e al loro stile di vita.
A «Porta a Porta», Birmingham ha poi riportato il racconto alle origini della scelta compiuta con il marito. Lei e Nathan si sono conosciuti a Bali, dopo anni di viaggi e di esperienze in diverse parti del mondo. Da lì, ha spiegato, sarebbe nato un progetto condiviso: tornare alla natura, rispettarla, vivere in armonia con essa e crescere i figli «nel modo più naturale possibile». Per arrivarci, ha precisato, sono serviti tre anni.
Il dolore per la separazione resta però il tema dominante. Birmingham ha parlato di «un trauma molto grave» e ha detto di concentrarsi ogni giorno sul ricongiungimento. Nel suo racconto, il legame costruito con i figli non è una chiusura verso l’esterno, ma un «attaccamento sano» ai genitori e alla comunità. L’obiettivo dichiarato è che i bambini, forti di quel legame, possano un giorno staccarsi «naturalmente per vivere nel mondo».




