Accessi abusivi alle banche dati: 10 arresti, coinvolti anche poliziotti | VIDEO

Nel mirino vip, calciatori e imprenditori

C’erano anche personaggi dello spettacolo, cantanti, attori, calciatori e imprenditori tra i soggetti finiti nel mirino degli accessi abusivi alle banche dati riservate. Secondo la Procura di Napoli, quelle informazioni venivano estratte illegalmente e poi vendute.

L’indagine, coordinata dalla Procura di Napoli attraverso la sezione specializzata in reati cyber, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza cautelare nei confronti di trenta persone. La Polizia ha dato esecuzione al provvedimento questa mattina, con interventi nelle province di Napoli, Ferrara, Bolzano, Roma e Belluno.

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Le misure disposte dal giudice prevedono quattro custodie cautelari in carcere, sei arresti domiciliari e 19 obblighi di presentazione. Le contestazioni, formulate a vario titolo, riguardano associazione per delinquere finalizzata all’accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.

La rete dei dati riservati

Al centro dell’inchiesta ci sono anche due poliziotti. Per gli investigatori avrebbero utilizzato le credenziali personali di accesso per consultare banche dati nazionali e ottenere informazioni su soggetti noti, tra cui volti dello spettacolo e calciatori. Quei dati, secondo l’accusa, sarebbero poi stati ceduti a diverse società.

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La Squadra mobile di Napoli ha condotto gli accertamenti con il supporto del Centro operativo per la sicurezza cibernetica postale e delle comunicazioni Campania-Basilicata e Molise. Il quadro ricostruito dagli investigatori indica l’esistenza di una organizzazione criminale strutturata, con ramificazioni in più aree del Paese.

Il sistema, secondo la Procura, si sarebbe retto sulla corruzione di pubblici ufficiali, incaricati di acquisire informazioni e dati sensibili in modo illecito. Una volta ottenuti, quei contenuti riservati sarebbero entrati in un circuito di compravendita. Nell’elenco dei soggetti coinvolti compaiono appartenenti alle forze dell’ordine, molti dei quali già in pensione, e imprenditori del settore delle agenzie d’investigazione e del recupero crediti.

Gli accessi senza ragioni di servizio

Durante la conferenza stampa convocata in Procura a Napoli, alla presenza anche del procuratore Nicola Gratteri, è stato illustrato uno dei numeri centrali dell’indagine: 730mila accessi in due anni alle banche dati riservate da parte di due agenti ritenuti infedeli. Uno ne avrebbe compiuti 600mila, l’altro 130mila. Per gli inquirenti nessuno di questi accessi sarebbe stato collegato a esigenze di servizio.

Il coordinatore del pool cyber-crime della Procura partenopea, Vincenzo Piscitelli, ha chiarito che l’inchiesta ha preso le mosse proprio da quel «massivo accesso».

Nel corso di una perquisizione è emerso anche un file Excel considerato dagli investigatori particolarmente rilevante. Nel documento sarebbe stato riportato il tariffario applicato per le informazioni ottenute attraverso gli accessi abusivi. Accanto ai dati anagrafici delle persone controllate comparivano le somme richieste: da 6 a 25 euro, in base al tipo di verifica effettuata e alla banca dati consultata.

Gli accertamenti, secondo quanto riferito, avrebbero riguardato sistemi riservati alle forze dell’ordine, ma anche banche dati dell’Inps, dell’Agenzia delle entrate e delle Poste. Proprio per questo, oltre agli agenti della Polizia, risultano coinvolti dipendenti dell’Inps, dell’Agenzia delle entrate e due direttori di altrettante filiali di Poste Italiane.

Piscitelli ha evidenziato il lavoro svolto dalla Polizia di Stato, che «è riuscita a individuare i colleghi infedeli, i presunti innocenti, che però hanno violato le regole di accesso alle banche dati riservate». Il meccanismo, nelle parole del magistrato, era «articolato e complesso» e avrebbe permesso di estrarre e far circolare informazioni sensibili dietro pagamento.

Sulle società che avrebbero alimentato la domanda di dati sono ancora in corso approfondimenti. «Ci sono agenzie che raccolgono informazioni riservate per cederle a terzi, sulle quali sono in corso ulteriori accertamenti», ha detto Piscitelli. Poi la considerazione sul fenomeno emerso dall’inchiesta: «Il mercato delle informazioni è un mercato vivissimo e questa indagine lo dimostra».

Gratteri: «Si sono venduti per soldi»

Il procuratore Nicola Gratteri ha descritto in conferenza stampa la gravità del sistema contestato: «È accaduto purtroppo che delle forze dell’ordine, in particolare dei poliziotti infedeli, si sono venduti per soldi». Secondo il procuratore, non si trattava di episodi isolati, ma di un’attività regolata da un vero listino: «c’era proprio un tariffario».

Gli accessi, ha aggiunto Gratteri, sarebbero stati effettuati dai computer di servizio, utilizzando password personali, per «esfiltrare dei dati importanti su imprenditori importanti, gente dello spettacolo, cantanti, attori, calciatori». Le informazioni così acquisite sarebbero poi state vendute «alle varie agenzie».

Il procuratore ha parlato di «oltre 30 indagati tra arrestati, arrestati domiciliari, sospesi dal servizio». Nel gruppo rientrerebbero «pubblici ufficiali e impiegati di pubblico servizio, infedeli ovviamente», in grado di consultare archivi riservati come il DIS del Ministero degli Interni, la banca dati dell’INPS o quella dell’Agenzia delle entrate.

Secondo la ricostruzione illustrata in Procura, almeno 10 società avrebbero richiesto informazioni con frequenza molto alta. Gratteri ha spiegato che erano realtà «anche dislocate al Nord, anche in Emilia», impegnate quasi quotidianamente a sollecitare nuovi dati. «Era un lavoro frenetico», ha osservato.

La dimensione complessiva degli accessi contestati è ancora più ampia: «In pochissimo tempo, stiamo parlando di un milione e mezzo di accessi», ha dichiarato Gratteri. Nella notte è stato inoltre «sequestrato un server importante» che, secondo le prime valutazioni, conterrebbe «più di un milione di dati conservati».

Quel materiale dovrà ora essere analizzato per ricostruire l’elenco delle persone coinvolte e il livello di esposizione subito. Per Gratteri, l’attività di verifica servirà a capire «chi è stato interessato e a che livello è stato interessato», perché gli inquirenti ipotizzano «migliaia di parti offese».

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