Il reportage | Dentro il Cpr di Gjadër: quello che ho visto davvero nel centro migranti in Albania

Un progetto da migliorare, non da archiviare

Arrivare a Gjadër non è come raggiungere un qualsiasi centro amministrativo europeo. La strada attraversa una zona rurale dell’Albania settentrionale, silenziosa, quasi sospesa. Quando mi avvicino alla struttura, la prima impressione è quella di un luogo isolato ma tutt’altro che improvvisato: recinzioni, controlli, personale presente. Qui prende forma uno dei progetti più discussi degli ultimi anni, nato dall’accordo tra Italia e Albania per gestire parte dei flussi migratori fuori dai confini italiani.

All’interno del Cpr si percepisce subito che il centro è operativo. Non è vuoto, come qualcuno sostiene, ma nemmeno sovraffollato. Le presenze sono contenute: qualche decina di migranti, provenienti da diversi Paesi, trattenuti in attesa di definizione della loro posizione. Parlando con alcuni operatori, emerge un quadro chiaro: il centro funziona, ma si muove dentro una rete burocratica complessa. Le procedure non sono rapide, e spesso il destino delle persone qui trattenute non si decide in Albania, ma nei tribunali italiani. Questo crea una sorta di “limbo amministrativo” che rallenta tutto.

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Il nodo dei ricorsi

Uno degli aspetti più evidenti è il peso delle questioni legali. Ogni trattenimento può essere contestato, ogni decisione impugnata. Molti casi vengono riesaminati, sospesi o annullati. In diverse situazioni, questo significa che i migranti non restano a lungo qui: vengono riportati in Italia per ulteriori verifiche. Mi viene spiegato che recentemente, a livello europeo, si stanno aprendo spiragli importanti. Alcuni orientamenti giuridici sembrano riconoscere la legittimità di questo modello, purché siano rispettati standard rigorosi di tutela dei diritti. Non è una decisione definitiva, ma è un segnale che qui viene percepito come cruciale.

Girando per la struttura, la sensazione è che il progetto sia ancora in una fase di assestamento. Le infrastrutture ci sono, il personale anche. Quello che manca, almeno per ora, è una piena fluidità del sistema: troppi passaggi, troppe variabili esterne. Eppure, proprio questa fase iniziale permette di cogliere un elemento fondamentale: qui si sta sperimentando qualcosa di diverso rispetto al passato. Non più gestione emergenziale sul territorio italiano, ma un tentativo di organizzare i flussi in modo più controllato e strutturato.

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È impossibile ignorare i problemi. I numeri dei rimpatri sono ancora bassi rispetto alle aspettative iniziali. I tempi si allungano, i costi restano elevati, e il dibattito politico continua a essere acceso. Alcuni osservatori parlano di inefficienza. Altri sottolineano il rischio di creare strutture poco utilizzate. Ma da quello che ho visto, la realtà è meno semplice: il centro non è fermo, è semplicemente inserito in un sistema che deve ancora trovare equilibrio Alla fine della visita, mi resta una convinzione chiara.

Una base da migliorare, non da archiviare

Il Cpr di Gjadër non è un fallimento, come qualcuno lo descrive, ma un progetto che ha bisogno di tempo per esprimere il suo potenziale. Portare una parte della gestione migratoria fuori dai confini italiani significa alleggerire la pressione interna, rendere i controlli più ordinati e creare un sistema più prevedibile.

Certo, servono aggiustamenti: procedure più snelle, maggiore coordinamento tra autorità, meno incertezze legali. Ma l’impianto, nella sua logica, regge. Se verrà sostenuto e migliorato, questo modello potrebbe rappresentare una svolta concreta nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. Non una soluzione perfetta, ma una base solida su cui costruire un sistema più efficace e sostenibile.

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