La voce di Paolo Cresta ha un timbro carezzevole e la profondità di chi sa ascoltare. Per l’attore, cresciuto nella provincia avellinese, la parola è più di un semplice suono, è un veicolo di senso e di empatia, sia quando interpreta un classico a teatro, sia quando presta la sua voce agli audiolibri. E persino quando, con una metamorfosi sorprendente, veste i panni gelidi del boss Apicella nel film “La salita” di Massimiliano Gallo al cinema dal 9 aprile.
Il potere dell’ascolto
«Chi comanda il racconto non è la voce, è l’orecchio». La citazione di Italo Calvino nelle sue Città Invisibili; per Paolo Cresta, è una dichiarazione d’intenti. In un’epoca che urla per farsi notare, Cresta sceglie di sussurrare all’anima di chi ascolta.
«Le parole arrivano a ognuno e assumono un significato diverso», spiega con la pacatezza che lo contraddistingue. «Ognuno di noi, leggendo un libro o ascoltando una storia, compie il suo viaggio. Costruisce una propria architettura emotiva sopra le stesse sillabe». È qui che risiede il senso più profondo del suo lavoro: dare una voce che accompagni ognuno nel proprio immaginario.
La metamorfosi: dal cuore al gelo di Apicella
Paolo Cresta viene dal teatro, da un lungo lavoro sulla parola e sull’ascolto. Ha dato voce a decine di audiolibri, ha insegnato all’Accademia del Teatro Nazionale di Napoli e alla Factory del Teatro Bellini. Adesso è anche al cinema: ne La salita di Massimiliano Gallo interpreta il boss Apicella, un personaggio che arriva al pubblico come una presenza inquietante.
Un ruolo lontano da come è stato visto fino a oggi. Cresta è un artista di grande sensibilità, e quella empatia profonda che lo caratterizza è la stessa che gli permette di calarsi anche in chi non ha niente a che fare con lui, un boss freddo e spietato come Apicella. «Non ho avuto riferimenti né cinematografici né di altro genere. Mi sono lasciato trasportare dal testo.» Non aveva la sceneggiatura completa del film, ma solo quella della sua scena: Massimiliano Gallo gliel’aveva raccontata. Sul set, la guida del regista è diventata l’unico punto fermo. «Mi sono lasciato guidare dalle sue indicazioni. Dalle suggestioni che partivano dalle sue parole».
La scena che ha girato arrivava quasi alla fine del piano di produzione, in una condizione particolare: il suo personaggio non ha contatto con nessun altro. In quel tipo di isolamento scenico, la presenza del regista è stata tutto. Le indicazioni di Gallo e la sua interpretazione hanno finito per trovare la stessa direzione: quell’Apicella che si vede sullo schermo è esattamente quello che doveva essere. Un uomo che squarcia la quarta parete e fissa lo sguardo direttamente in camera, come se cercasse lo spettatore per interrogarlo o sfidarlo, lasciandogli addosso una sensazione di gelida inquietudine.
Il teatro come casa e come cura
Le radici di Paolo affondano in un piccolo centro dell’avellinese. Racconta la sua giovinezza con assoluta sincerità: un ragazzo solitario, spinto verso il liceo scientifico ma con il sogno di disegnare. Poi, l’incontro salvifico: un laboratorio teatrale a scuola.
«Lì ho trovato la mia collocazione nel mondo. Ho trovato persone simili a me e, finalmente, il mezzo per veicolarmi agli altri».
Quello che descrive è un modo di stare con gli altri che si è portato dentro ogni cosa che ha fatto in seguito. Ha lavorato con laboratori per adulti non professionisti, nelle scuole, dalle elementari alle superiori. E porta avanti Leggere, un progetto con le superiori in cui propone agli studenti una prospettiva diversa sui testi che già incontrano in classe, i Promessi Sposi, Ettore e Achille, i grandi classici. «Le nostre letture scolastiche rischiano di essere un po’ senz’anima» dice. Il suo tentativo è scuotere l’immaginario dal torpore, trasformando la parola in un’emozione da abitare.
Lavorare sulla recitazione, afferma, «aiuta gli altri a lavorare sulla propria empatia». Il teatro «ci aiuta a liberarci dalle nostre armature» e permette di «provare a guardare gli altri» in modo diverso. È una parola, empatia, che torna spesso nel suo discorso come qualcosa di urgente, di necessario adesso più che in altri momenti.
Oltre la visibilità: l’arte di restare umani
Mentre si prepara a portare in scena le Notti Bianche di Dostoevskij per la regia di Lucia Rocco (a Roma, fine maggio), Cresta riflette sul grande male contemporaneo: la solitudine. «Sembriamo perfettamente connessi, ma siamo profondamente soli». Tra i suoi progetti futuri ci sono il teatro con Luca De Fusco al Teatro di Roma, con “Peccato che sia una sgualdrina” e “Otello”, oltre alla tournée di Sabato, domenica e lunedì con date all’estero. E gli audiolibri, «uno spazio in cui mi sono ritrovato per caso, ma in cui mi trovo benissimo.
Quando parla di chi vuole intraprendere questa carriera, Paolo Cresta accomuna visibilità e successo come l’erroneo obiettivo di questo mestiere, sottolineando che entrambe le cose capitano a pochissimi. La quotidianità di un attore, invece, si nutre di «fatica, impegno, tantissimo studio, ascolto rispetto agli altri e messa a disposizione della propria sensibilità».
Il consiglio che dà ai giovani attori è di interrogarsi profondamente sulle proprie motivazioni: «Chiediti perché vuoi fare questo lavoro. Se ne trovi gioia, allora sì, è il mestiere che vuoi fare nella vita. In caso contrario, il rischio è farsi molto male». Perché chi rincorre soltanto l’apparire, conclude, «rischia di perdersi».




