Giustizia giusta? Sì. È l’ora di dimostrare il coraggio di cambiare

Errori e innocenti in custodie cautelari ci costano 56 milioni l’anno

Ancora una settimana di pazienza per le polemiche fra magistratura e politica, fra destra e sinistra! Poi, finalmente, domenica e lunedì prossimi decideremo se, votando per il «sì», confermare la riforma dell’ordinamento giudiziario e la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e magistrati giudicanti; lo sdoppiamento del Csm, entrambi presieduti dal Capo dello Stato e nominati per sorteggio, e l’istituzione o meno dell’Alta Corte disciplinare; o, votando «no», bocciarla.

Una polemica che arriva da lontano

Si concluderà così, forse, una lunga polemica (ma, vista l’asprezza dei toni con la quale è stata portata avanti negli anni, sarebbe più giusto definirla una guerra, per fortuna disarmata) fra politici e magistrati. Che trovò il suo culmine durante il settennio di mandato presidenziale di Cossiga, il cui rapporto con il CSM fu estremamente conflittuale.

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Al punto che – certamente lo ricorderete anche voi – il 14 novembre 1991 inviò i carabinieri in assetto antisommossa a Palazzo dei Marescialli per impedire una riunione del plenum da lui annullata, come atto di forte pressione politica e istituzionale finalizzata a contestare le interferenze del CSM sull’operato del governo e a criticare alcune decisioni e prese di posizione dei magistrati, che – a suo parere – stavano invadendo le competenze dell’esecutivo e del Capo dello Stato, arrivando perfino a definirlo come un «golpe bianco» di alcune correnti giudiziarie.

Cossiga è stato un critico severo dell’interpretazione creativa della legge da parte della magistratura, sostenendo che i giudici dovessero applicare le norme senza modificarle secondo ideologie personali. Denunciò l’uso politico della magistratura. Ne derivarono enormi polemiche, accrescendo la crisi politica del periodo e portando Cossiga a scontrarsi apertamente con il CSM e con gran parte del mondo politico.

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A conti fatti, è proprio quello che sta succedendo oggi, 35 anni dopo, per l’approvazione della riforma della Giustizia da parte del Governo di centrodestra e l’indizione del referendum popolare confermativo in programma domenica e lunedì prossimi. Ovviamente con protagonisti diversi: da un lato la premier Meloni e, dall’altra, l’Anm, l’opposizione, anarchici e islamisti residenti in Italia che si sono mobilitati per il «no». Secondo il loro leader Piccardi, è loro «interesse che ogni cosa resti com’è».

La magistratura creativa

Con questa magistratura così creativa dal punto di vista dell’interpretazione, dell’applicazione e della disapplicazione delle leggi; un Capo dello Stato che, in quanto presidente del Csm, avrebbe potuto intervenire per ricordare ai magistrati che, secondo la Costituzione, le leggi non vanno interpretate, ma applicate, e non disapplicate per far dispetto al governo cui, da sempre, la stessa Costituzione affida il compito di farle, non interviene ed è rimasto a bocca chiusa anche per le minacce di Gratteri ai giornalisti. Si sarebbe comportato così se, al posto della Meloni, ci fosse stato uno fra Gentiloni, Conte o Draghi? Non credo.

Ma tant’è. Il che consente loro di continuare a fare il proprio comodo, senza correre alcun rischio e traendone solo vantaggi. Pensate agli oltre 100 immigrati clandestini in attesa di essere rimpatriati, che i magistrati hanno ritenuto giusto liberare dal centro di Gjader, dietro semplice presentazione della richiesta di protezione internazionale, prescindendo dal fatto che fossero stati condannati per pedofilia, violenza sessuale di gruppo, spaccio, ingresso e soggiorno nel territorio della Penisola, eccetera, e rimessi a circolare per le strade d’Italia, in attesa dell’approvazione o meno di tale richiesta, senza tenere in alcun conto il rischio di reiterazione del reato.

Errori giudiziari, costi e responsabilità

Oppure ai 32.484 (928 annui) errori giudiziari dal 1991 al 31 ottobre 2025 – in realtà sono molti di più perché mancano i dati relativi al 2023, 2024 e 2025 – che, tra indennizzi e risarcimenti, sono costati allo Stato ben 1.011.525.925 euro, pari a 28.900.740 euro l’anno. E naturalmente mancano i dati relativi agli anni di cui sopra. A questi si aggiungono i 32.262 casi (949 annui) di innocenti in custodia cautelare. Il tutto per una spesa complessiva di 925.244.925 euro di indennizzi, ovvero 27 milioni e 213 mila euro l’anno.

A cui vanno sommati i 535 casi di ingiusta detenzione nei primi 10 mesi del 2025, costati 23 milioni e 850 mila euro. A questo punto, vien da chiedersi: perché il procuratore Gratteri, anziché «comunicare» alla stampa che «dopo il referendum faremo i conti», o, come Grosso, leader del comitato del no, «boutadizzare» con «molti morti se vince il sì»; l’Anm e le toghe rosse, invece di raccontare fandonie sui contenuti veri della riforma, non provano a chiedere scusa ai cittadini per le risorse fatte sprecare allo Stato per risarcire le vittime dei loro errori e per continuare a far carriera grazie al fatto che sono loro stessi a «valutare», attraverso il Csm da loro votato, qualità e produttività del proprio lavoro?

Cose non più fattibili con i due Csm eletti per sorteggio, con la cancellazione dello strapotere delle correnti e con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare a giudicarne il come e perché, fino a perdere la quasi totale impunità (finanziaria e carrieristica) per gli errori giudiziari commessi. Che sono le vere ragioni per cui non vogliono la riforma.

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