Esclusa l’aggravante mafiosa
Una condanna pesante, ma senza il riconoscimento della matrice mafiosa. La Corte di assise di Napoli ha emesso la sentenza per l’omicidio dell’ingegnere Salvatore Coppola. I giudici della terza sezione hanno condannato il mandante del delitto, l’imprenditore Gennaro Petrucci, a 27 anni di reclusione. L’esecutore materiale dell’omicidio, Mario De Simone, ha invece ricevuto una condanna a 27 anni e 6 mesi di carcere.
Per De Simone il pubblico ministero Raimondi, nella requisitoria, aveva chiesto la pena dell’ergastolo. Accolta invece la richiesta di condanna avanzata nei confronti di Petrucci. La Corte, si apprende da un articolo di Luigi Nicolosi su «il Mattino», ha escluso l’aggravante della finalità e del metodo mafiosi, nonostante l’omicidio sia stato compiuto con un colpo di pistola alla nuca. L’ingegnere fu ucciso la sera del 12 marzo 2024 in corso Protopisani, nel quartiere San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli.
Omicidio di Salvatore Coppola, ammissioni degli imputati
Nel corso del processo entrambi gli imputati hanno ammesso le proprie responsabilità. Gennaro Petrucci ha reso una lunga confessione davanti ai giudici, avviando anche un percorso collaborativo. L’imprenditore ha sostenuto di aver maturato rancore nei confronti dell’ingegnere Coppola dopo aver perso la casa nella quale viveva.
Al centro della vicenda c’è una villa di via de Lauzieres a Portici, immobile dal valore stimato di circa quattro milioni di euro che sarebbe stata venduta all’asta per circa un milione e duecentomila euro. Secondo quanto emerso nel processo, Petrucci avrebbe maturato la decisione di uccidere Coppola dopo un sopralluogo effettuato dall’ingegnere insieme a un suo socio, Salvatore Abbate, nell’abitazione dell’imprenditore. Il delitto sarebbe stato commissionato con un ingaggio di 20mila euro, versato in due tranche



