La famiglia chiede nuovi accertamenti sulle tracce biologiche
Il tempo trascorso potrebbe trasformarsi da ostacolo in alleato. A oltre ventidue anni dall’omicidio di Romina Del Gaudio, nuove analisi e accertamenti potrebbero offrire una possibilità in più per arrivare alla verità. Il futuro dell’inchiesta si deciderà il prossimo 9 novembre davanti al gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Sul tavolo c’è la richiesta di archiviazione avanzata da due pm sammaritani, entrambi oggi impegnati in altri incarichi, alla quale si oppongono i familiari della 19enne attraverso l’avvocato Marco Spena. Le indagini difensive, condotte anche con il contributo della psicologa e criminologa Luisa D’Aniello e della biologa specialista in genetica medica Marina Baldi, puntano soprattutto sulle possibilità offerte oggi dalle analisi genetiche. Un profilo Dna, riferisce Leandro Del Gaudio su «il Mattino», è già stato ricavato da tracce biologiche presenti sul giubbino della vittima e proprio da lì potrebbe ripartire la caccia all’assassino.
Il Dna sul giubbino e la pista francese
Su quel profilo genetico la Procura ha già svolto accertamenti arrivando, attraverso la cooperazione internazionale con la polizia transalpina, all’identità di un cittadino francese. La corrispondenza emersa, però, viene considerata troppo debole per attribuire all’uomo un ruolo nell’omicidio. Per i legali della famiglia resta quindi necessario verificare anche i suoi eventuali spostamenti in Italia, compresa la possibilità che vi sia arrivato come trasportatore senza soggiornare in alberghi o altre strutture ricettive.
Ma il giubbino indossato da Romina non è l’unico reperto sul quale si chiedono nuove analisi. A pochi metri dal cadavere fu recuperato un Tommy Hilfiger da uomo, taglia «L». Potrebbe non avere alcun legame con il delitto, ma potrebbe anche essere appartenuto all’assassino e conservare materiale biologico mai individuato finora. Da qui la richiesta di riesaminare l’indumento con tecniche più moderne e, soprattutto, di riesumare la salma.
Le verifiche potrebbero riguardare le ossa del cavo orale e la componente pilifera, alla ricerca di eventuali tracce lasciate durante l’aggressione. La tesi sostenuta nell’opposizione è proprio questa: dopo più di ventidue anni, il tempo trascorso potrebbe consentire oggi accertamenti che nel 2004 non erano possibili con la stessa capacità di analisi.
Romina scomparve il 4 giugno di quell’anno. Aveva 19 anni, era napoletana e lavorava ad Aversa come promoter per la Wind. Le ultime persone che riferirono di averla vista furono i titolari di una macelleria nella quale la giovane era entrata per provare a concludere un contratto. Raccontarono che, mentre si trovava nel negozio, Romina si sporgeva verso l’esterno e «guardava al di là del vetro, come se attendesse qualcuno o qualcosa». Un particolare rimasto senza una spiegazione definitiva: poteva aspettare una persona, ma resta anche da stabilire quale peso attribuire a quella testimonianza.
Il corpo a Carditello e i dubbi sulla scena del delitto
Per 47 giorni della ragazza non si seppe più nulla. Il 21 luglio il corpo venne ritrovato in un bosco della Reggia di Carditello, all’epoca non ancora bonificato, in un’area frequentata in passato da prostitute e utilizzata anche per lo sversamento di rifiuti. L’esame della scena fece emergere elementi che lasciavano ritenere che Romina non fosse stata uccisa in quel punto. Aveva ricevuto una coltellata nella zona costale e due colpi di pistola al cranio; il reggiseno era stato tagliato al centro delle coppe, elemento collegato all’ipotesi di un movente sessuale.
Il corpo, nudo, era stato sistemato sopra i jeans stesi sul terreno come un lenzuolo. Proprio quei pantaloni non erano impregnati di sangue, mentre sul cadavere mancavano anche lesioni provocate dai roditori che ci si sarebbe potuti attendere dopo una permanenza di 47 giorni all’aperto. Elementi che hanno sostenuto l’ipotesi di un omicidio consumato altrove e di un successivo trasferimento nel boschetto, probabilmente durante la notte.
A distanza di oltre due decenni, però, la richiesta di proseguire gli accertamenti non poggia soltanto sui reperti. Nel fascicolo sono finite anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Cellurale, che durante la detenzione in due diversi istituti penitenziari avrebbe raccolto elementi su un affiliato alla camorra casertana. L’uomo indicato dal collaboratore disponeva, secondo quanto emerso, di «una Rifle calibro 22», dello stesso tipo di quella utilizzata per uccidere Romina, e usava un’automobile simile a un veicolo osservato da un testimone in un episodio diverso dalla scomparsa della promoter.
Gli accertamenti effettuati non hanno prodotto una corrispondenza tra il Dna del camorrista e quello ricavato dal giubbino della ragazza. Per avvocati e periti, tuttavia, questo non esaurisce gli approfondimenti possibili: l’attenzione potrebbe spostarsi sulle persone che gravitavano intorno a lui. Cellurale ha riferito che «quel gruppo questo andava facendo (molestare le ragazze)» e che i componenti avrebbero agito contando sulla «copertura della camorra e del silenzio omertoso del paese».
Il tentato sequestro del giorno precedente
C’è poi un episodio avvenuto appena ventiquattr’ore prima della scomparsa di Romina. A Parete, Virginia Fiore riuscì a sottrarsi a quello che viene indicato come un probabile tentativo di sequestro messo in atto da tre uomini che si muovevano con almeno due automobili. A ricostruire l’accaduto contribuì anche il dentista Giovanni Dell’Aversana, che ricordò «la capacità dei tre soggetti di mantenere il controllo dopo la reazione della ragazza».
È proprio la vicinanza temporale tra i due episodi a rappresentare uno degli aspetti che la difesa della famiglia ritiene meritevoli di ulteriori verifiche. L’ipotesi da approfondire è che gli aggressori di Parete possano aver agito nuovamente il giorno seguente ad Aversa, questa volta attirando la giovane promoter attraverso la prospettiva di un contratto. Se così fosse, uno dei componenti del gruppo potrebbe essere la persona che ha lasciato la propria traccia biologica sul giubbino di Romina.
Non ci sono, al momento, elementi sufficienti per trasformare queste ipotesi in una responsabilità individuale. È proprio per stabilire se le tracce già disponibili possano condurre oltre che la famiglia chiede di non mettere la parola fine all’inchiesta. Il 9 novembre sarà il gip a decidere se il cold case di Romina Del Gaudio debba essere archiviato oppure se ci siano ancora accertamenti da compiere.




