E il risanamento non è ancora finito
Ci sono opere pubbliche che si misurano in chilometri, altre in milioni di euro. Quella del Sarno ormai si misura in generazioni. Un cittadino nato quando lo Stato cominciò a occuparsi seriamente del disinquinamento di questo territorio oggi ha superato abbondantemente i cinquant’anni. Ha visto passare governi nazionali, presidenti della Regione, sindaci, commissari straordinari, autorità di bacino, strutture tecniche, società pubbliche e gestori. Ha ascoltato parole diventate familiari: bonifica, risanamento, collettamento, depurazione, messa in sicurezza, Grande Progetto.
Eppure siamo ancora qui a parlare del futuro del Sarno. È forse questo il dato politicamente più pesante dell’intera vicenda. Non l’assenza assoluta di opere – perché sarebbe falso sostenerlo – ma l’incapacità del sistema pubblico, nell’arco di oltre mezzo secolo, di trasformare una successione infinita di interventi in un risultato definitivo e percepibile: un fiume finalmente restituito al territorio. Tutto cominciò più di cinquant’anni fa. Bisogna tornare al 1973, all’emergenza sanitaria del colera e al grande programma di risanamento del Golfo di Napoli, per incontrare una delle radici della lunghissima storia del disinquinamento del Sarno.
La stessa Protezione Civile ricorda che il percorso di risanamento del fiume prende avvio proprio dal Progetto speciale del 1973. Negli anni successivi il quadro, però, resta drammatico. Il 25 agosto 1992 il bacino viene dichiarato area ad elevato rischio di crisi ambientale. Nel 1995 arriva addirittura lo stato di emergenza socio-economico-ambientale. Già allora i problemi erano perfettamente conosciuti. Scarichi civili non adeguatamente depurati. Insediamenti produttivi. Reti fognarie incomplete. Reflui industriali. Sedimenti contaminati. Rifiuti abbandonati negli alvei. Una capacità naturale di autodepurazione insufficiente rispetto alla pressione esercitata su un sistema idrografico che attraversa un territorio densamente popolato. Non mancava, dunque, la diagnosi. Mancava la cura definitiva.
L’epoca dei commissari
Con l’emergenza arrivano i commissari e con i commissari nuovi poteri, nuovi programmi, nuovi interventi. Nel 2003 la responsabilità passa al generale Roberto Jucci. I compiti affidati alla gestione commissariale sono enormi: completare il sistema depurativo, realizzare le reti fognarie dell’intero bacino, intervenire sui sedimenti, sui tributari e sui canali, ridurre l’impatto degli scarichi produttivi. Nello stesso anno il Parlamento decide persino di istituire una Commissione d’inchiesta sulle cause dell’inquinamento del fiume Sarno, che lavorerà tra il 2003 e il 2006. Un passaggio che, riletto oggi, lascia una sensazione amara: lo Stato non doveva soltanto ripulire il fiume.
Sentiva ormai la necessità di capire come fosse stato possibile arrivare a quel punto. Intanto continuavano ordinanze, finanziamenti e interventi. Nel 2003 furono destinati 50 milioni di euro alla rimozione e bonifica dei sedimenti inquinanti; altri stanziamenti seguirono negli anni successivi. La documentazione ufficiale restituisce una sequenza impressionante di provvedimenti emergenziali emanati durante gli anni Duemila. Ed è proprio qui che emerge uno dei paradossi del Sarno. L’emergenza, per definizione, dovrebbe essere temporanea. Sul Sarno è diventata quasi una forma amministrativa permanente.
Poi arrivò il «Grande Progetto»
Nel 2012 sembrava profilarsi una nuova svolta. La Regione Campania presentò il Grande Progetto «Completamento della riqualificazione e recupero del fiume Sarno»: 217,5 milioni di euro, 22 interventi infrastrutturali, oltre a un progetto di monitoraggio. Tra le opere previste figurava anche la seconda foce. Il cronoprogramma indicato allora era ambizioso: progettazioni definitive entro l’estate del 2012 e completamento dei lavori previsto entro il 2015. Vale la pena fermarsi su quella data.
Perché le scadenze, nella storia del Sarno, raccontano quasi quanto le opere. Ogni stagione amministrativa sembra aver avuto il proprio anno della svolta, il proprio punto di non ritorno, la propria promessa di chiusura. Poi il calendario va avanti e il Sarno resta. Dall’emergenza alla gestione ordinaria. Ma la storia continua. Nel 2013 ARCADIS subentra per il completamento delle attività legate alla criticità ambientale. Successivamente le competenze tornano nell’ambito regionale. Cambiano le strutture. Non cambia l’obiettivo. Negli anni vengono effettivamente realizzate infrastrutture importanti. Sarebbe ingeneroso, oltre che giornalisticamente scorretto, cancellarle dal racconto.
Depuratori, collettori e reti fognarie hanno modificato una situazione che decenni fa era ancora peggiore. Ma un fiume non giudica i comunicati stampa. Risponde a un principio molto più semplice: ciò che entra nelle sue acque. Finché una parte dei reflui continua a sfuggire alla depurazione, finché esistono scarichi da eliminare, reti da completare e impianti da adeguare, il problema non può essere dichiarato archiviato.
2020: un altro programma, un’altra corsa contro il tempo
Nel 2020 Regione Campania, Ente Idrico Campano e GORI sottoscrivono un nuovo protocollo per accelerare il completamento e l’adeguamento del sistema fognario e depurativo del bacino. Valore complessivo degli interventi: circa 79,7 milioni di euro. Negli anni successivi parte il programma «Energie per il Sarno», con lavori in numerosi comuni del bacino e l’obiettivo dichiarato di portare a depurazione gli scarichi provenienti dalle reti fognarie ancora riversati nell’ambiente. Ancora una volta compare una data: fine 2025. E ancora una volta quella data passa.
Siamo nel 2026. E ci sono ancora scarichi da eliminare. Questo è probabilmente il passaggio che meglio fotografa l’intera contraddizione. Nel gennaio 2026 viene annunciata l’eliminazione di altri sei scarichi in ambiente, con nuovi reflui finalmente indirizzati verso la depurazione. Nel luglio dello stesso anno viene comunicata l’eliminazione dello scarico di via San Felice a Mercato San Severino, con il collettamento dei reflui civili e produttivi verso il depuratore di Nocera Superiore. Sono risultati positivi. Nessuno dovrebbe negarli.
Ma producono inevitabilmente una domanda. Se nel 2026 stiamo ancora celebrando l’eliminazione di scarichi che finivano nell’ambiente, come possiamo raccontare il risanamento del Sarno come una questione ormai risolta? Non è polemica. È cronologia. E la cronologia, qualche volta, è più severa di qualsiasi editoriale. Anche perché nel maggio 2026 la Regione Campania ha formalizzato un ulteriore finanziamento relativo all’adeguamento dell’impianto di depurazione di Foce Sarno. Lo stesso atto regionale richiama il protocollo del 2020 e gli interventi necessari al completamento e all’adeguamento del sistema fognario-depurativo. Dunque si lavora ancora. Ed è certamente meglio avere cantieri aperti che problemi abbandonati. Ma proprio l’esistenza di opere ancora necessarie dimostra quanto sia stata lunga – troppo lunga – questa storia.
Il Sarno non è soltanto un problema ambientale
C’è poi un errore che la politica ha commesso spesso: considerare il Sarno come una faccenda per ambientalisti, tecnici e ingegneri idraulici. Non lo è. Il fiume attraversa un sistema territoriale che interessa tre province e decine di comuni, in un’area nella quale vivono centinaia di migliaia di persone. La stessa Protezione Civile ha descritto una realtà nella quale l’elevata densità abitativa convive con importanti attività industriali, comprese quelle agroalimentari e conciarie. Il Sarno significa agricoltura. Industria. Mare. Turismo. Salute ambientale. Qualità urbana. E significa anche Torre Annunziata, Castellammare di Stabia e l’intero tratto costiero sul quale inevitabilmente ricadono gli effetti di ciò che il bacino trascina verso il Golfo di Napoli.
Per questo separare il fiume dal mare è stato, per troppo tempo, un errore concettuale prima ancora che politico. La battaglia per la qualità delle acque costiere comincia molti chilometri prima della spiaggia. Comincia nelle fogne. Cinquant’anni dopo, nessuno può accontentarsi del «siamo quasi arrivati». Il punto non è stabilire quale amministrazione abbia fatto di più e quale di meno. Sarebbe persino troppo comodo ridurre mezzo secolo di storia a una disputa tra maggioranze politiche.
Le responsabilità attraversano epoche diverse. Stato, Regione, enti territoriali, strutture commissariali, autorità competenti e amministrazioni locali si sono succeduti mentre il problema rimaneva sul tavolo. Molto è stato speso. Molto è stato progettato. Qualcosa è rimasto impigliato nella burocrazia, altro è stato modificato, altro ancora effettivamente costruito.
Eppure la domanda che un cittadino può legittimamente rivolgere alle istituzioni è disarmante nella sua semplicità: quanto tempo occorre a uno Stato moderno per restituire un fiume ai suoi cittadini? Dieci anni? Venti? Trenta? Il Sarno ne ha concessi più di cinquanta. Il fallimento non è non aver fatto nulla. È non aver ancora finito.
Cambiare la narrazione
Forse è arrivato il momento di cambiare persino le parole con cui raccontiamo questa vicenda. Dire che sul Sarno non sia stato fatto nulla significherebbe fare un favore proprio a chi, negli anni, ha gestito questa interminabile partita: consentirebbe di rispondere mostrando depuratori costruiti, chilometri di fogne, collettori, cantieri e milioni investiti. Il problema vero è un altro, molto più difficile da contestare. Dopo più di mezzo secolo, non abbiamo ancora finito. Questa è la questione politica.
Un Paese che dal 1973 al 2026 deve continuare a finanziare il completamento del risanamento dello stesso bacino idrografico non può limitarsi a celebrare ogni nuovo tratto di fogna come se la storia cominciasse quel giorno. Occorre anche interrogarsi su ciò che è accaduto prima. Sui ritardi. Sulle sovrapposizioni. Sulle competenze passate da una struttura all’altra. Sulle scadenze annunciate e superate. Sui soldi pubblici investiti. E soprattutto sull’assenza, per decenni, di quella continuità amministrativa capace di trasformare tanti singoli interventi in un risultato definitivo.
Il Sarno non ha bisogno dell’ennesimo anno della svolta. Non servono fotografie davanti ai cantieri, nuovi slogan o una nuova data da cerchiare sul calendario. Servono reti completate, depuratori pienamente efficienti, controlli severi sugli scarichi civili e industriali, monitoraggi pubblici e comprensibili, responsabilità individuabili quando i tempi non vengono rispettati.
Poi servirà una cosa ancora più difficile: impedire che il fiume torni indietro. Perché il vero traguardo non sarà inaugurare l’ultima condotta. Sarà poter guardare il Sarno senza dover più pronunciare la parola bonifica. Dopo cinquant’anni, non sarebbe un miracolo. Sarebbe semplicemente ciò che questo territorio avrebbe dovuto ottenere da tempo.




