Varenne è morto: addio al Capitano, leggenda del trotto mondiale

In carriera 62 vittorie in 73 corse e oltre sei milioni di premi

Ci sono campioni che appartengono al loro sport e altri che, a un certo punto, smettono di appartenergli soltanto. Diventano nomi, immagini, ricordi condivisi. Varenne era uno di questi. Per l’ippica è stato il Capitano, per Napoli un beniamino cresciuto nel mito delle giornate di Agnano, per l’Italia una leggenda capace di farsi conoscere anche da chi una corsa al trotto non l’aveva mai seguita. È morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli, dove aveva trascorso l’ultimo periodo della sua vita.

La notizia è arrivata dalla sua pagina Instagram ufficiale. Varenne è venuto a mancare nella notte e il veterinario ha accertato un infarto fulminante. «Siamo distrutti nell’aver appreso questa mattina la notizia e vogliamo ricordarlo insieme a tutti i suoi fan a volare verso le sue vittorie», si legge nel messaggio. Poi l’addio che sembra scritto per chi, per quasi trent’anni, lo ha chiamato semplicemente Capitano: «Oggi Varenne quelle ali le ha messe per viaggiare altrove, corri sempre libero e sempre nostro Capitano, che la terra ti sia lieve».

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A maggio aveva compiuto 31 anni. Da marzo 2025 viveva nell’allevamento LJ di Dario De Angelis, a Eboli. Proprio in Campania si è così conclusa la storia di un campione che con questa terra aveva costruito un rapporto particolare molto prima di arrivarci per trascorrere la vecchiaia.

Napoli lo aveva già adottato negli anni delle imprese. C’era Agnano, naturalmente, con il Gran Premio Lotteria trasformato nelle sue mani – o meglio, nelle sue falcate – in uno degli appuntamenti simbolo di una carriera irripetibile.

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E c’era Enzo Giordano, l’appassionato di ippica e cambiavalute napoletano che nel 1998 vide qualcosa che altri non avevano ancora compreso e decise di investire 150 milioni di lire su quel giovane trottatore acquistandolo dall’allenatore e driver francese Jean-Pierre Dubois. Da quel momento Varenne non fu più soltanto una promessa. Cominciò la costruzione di un mito.

La nascita di un mito

Era nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nel Ferrarese, nell’allevamento di Zenzalino. Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, portava il nome di rue de Varenne, la strada parigina dove si trova l’ambasciata d’Italia in Francia. Quasi un presagio: proprio Parigi sarebbe diventata uno dei luoghi della sua consacrazione mondiale.

Varenne, Giampaolo Minnucci e Giordano in una foto-ricordo pubblicata dall'Ippodromo di Agnano
Varenne, Giampaolo Minnucci e Giordano in una foto-ricordo pubblicata dall’Ippodromo di Agnano

L’inizio, invece, era stato tutt’altro che glorioso. Il 4 aprile 1998, al debutto a Bologna, ruppe di galoppo e venne squalificato. Eppure anche in quella giornata storta riuscì a lasciare un segno. La rimonta prodotta dopo avere perso terreno attirò gli osservatori e convinse Giordano a comprarlo. Da lì nacque la Scuderia Dany e prese forma la squadra degli anni d’oro, con l’allenatore finlandese Jori Turja e Giampaolo Minnucci in sulky. Con il driver romano si creò un binomio destinato a diventare inseparabile nell’immaginario degli appassionati.

La prima consacrazione arrivò già nel 1998, nel Derby italiano del trotto, battendo Viking Kronos, dominatore della generazione. Nel 1999 non lasciò praticamente nulla agli avversari: 14 corse, 14 vittorie. Al Gran Premio delle Nazioni di San Siro superò anche l’americana Moni Maker e mostrò che i confini italiani erano ormai diventati troppo stretti.

Nel 2000 arrivò il confronto con il mondo. Diciotto corse, tredici successi. Al debutto nel Prix d’Amérique fu terzo dopo una prova complicata da una partenza ripetuta tre volte e da una rimonta pagata soltanto nel finale. Due settimane più tardi, sulla stessa pista parigina, batté Général du Pommeau. Poi vinse il Gran Premio Giubileo di Roma e soprattutto il Gran Premio Lotteria di Agnano. A Napoli non servivano più presentazioni. Quando arrivava il Capitano, Agnano non aspettava semplicemente una corsa: aspettava Varenne.

L’anno in cui diventò leggenda

Il 2001 fu il momento in cui ogni paragone cominciò a sembrare insufficiente. A gennaio vinse il Prix d’Amérique. A maggio tornò ad Agnano e conquistò ancora il Gran Premio Lotteria. Poche settimane dopo, a Stoccolma, si impose nell’Elitloppet piegando sul rettilineo Victory Tilly, l’idolo di casa. Parigi, Napoli, Stoccolma. Tre città, tre appuntamenti monumentali, tre vittorie. Poi attraversò l’Atlantico.

A Meadowlands, negli Stati Uniti, conquistò la Breeders Crown e fissò sul miglio il record mondiale di 1’09”1 al chilometro. Davanti alle bandiere italiane degli italoamericani, il Capitano completò una sequenza che nessun altro trottatore era riuscito a realizzare nello stesso anno. Prix d’Amérique, Gran Premio Lotteria, Elitloppet e Breeders Crown: l’ippica aveva ormai il suo dominatore. Eppure nemmeno questo spiega completamente perché Varenne sia diventato Varenne.

Il trottatore più veloce della storia

I numeri sono giganteschi: 73 corse, 62 vittorie, sei secondi posti, due terzi posti, oltre sei milioni di euro di premi. Ma il mito nasceva soprattutto da ciò che accadeva quando entrava in pista. Poteva imporre il ritmo, attendere, accelerare, rimontare. Sembrava avere sempre un’altra corsa dentro la corsa, una riserva da usare quando gli altri avevano già dato tutto. Velocità, resistenza e intelligenza agonistica gli permettevano di vincere su tracciati e distanze differenti, contro avversari differenti, in Paesi differenti.

Nel 2002 fece l’impensabile: ripeté il Grand Slam europeo. Di nuovo Prix d’Amérique, di nuovo Gran Premio Lotteria, di nuovo Elitloppet. Era ormai il trottatore più ricco e più veloce della storia e la sua fama aveva superato definitivamente il recinto degli ippodromi. Varenne era finito sulle pagine della stampa generalista, sulla copertina di SportWeek, nelle case degli italiani. Il trotto aveva trovato un volto, un nome e un Capitano.

La carriera agonistica terminò il 28 settembre 2002 a Montréal, nella tappa conclusiva della World Cup. Arrivò una sconfitta, ma il trofeo rimase comunque suo grazie ai risultati precedenti. Una delle undici sconfitte in 73 gare, quasi una nota a margine dentro una carriera che aveva ormai cambiato la storia della disciplina. Un nome rimasto anche dopo le corse. Il ritiro non cancellò Varenne dalle scene. Semplicemente cominciò un’altra storia.

Gli eredi

Dal 2002 venne impiegato nella riproduzione e negli anni successivi il suo nome continuò a correre attraverso una discendenza vastissima. Secondo le informazioni del suo profilo ufficiale e delle biografie dedicate al campione, gli sono attribuiti più di duemila figli. Tra loro anche vincitori del Derby italiano come Lana del Rio, Nadir Kronos, Olona Ok, Pascià Lest e Testimonial Ok, oltre ad altri protagonisti di carriere internazionali. La sua eredità non rimase così soltanto negli albi d’oro: entrò nella storia stessa del trotto italiano e mondiale.

Negli anni della pensione passò dall’allevamento Il Grifone di Vigone all’Equicenter Monteleone, nel Pavese, quindi alla tenuta Il Cigno di Villanterio. Infine, nel marzo 2025, il trasferimento a Eboli. Lontano dalle competizioni continuava però a richiamare appassionati e visitatori provenienti da tutto il mondo. Non serviva più vederlo vincere per volerlo vedere. Bastava sapere che lì c’era Varenne.

A raccontare cosa abbia significato c’è oggi anche Daniele, diventato proprietario dopo la morte del padre Enzo Giordano. «Ci lascia non solo il più grande cavallo trottatore della storia ma una delle più grandi leggende italiane, che va oltre lo sport. L’affetto di tanti italiani in queste ore è commovente, ringrazio tutti», ha detto all’Adnkronos.

Daniele Giordano ha accompagnato il padre negli ippodromi di tutto il mondo e conserva quasi tutte quelle vittorie nella propria memoria. Ma ce n’è una che emerge sulle altre. È Parigi, 2002, il secondo Prix d’Amérique. Varenne ha appena vinto e davanti ci sono decine di bandiere tricolori. «Varenne si “inchinò”», ricorda Giordano. Un gesto rimasto scolpito nella memoria della famiglia e degli appassionati. Forse anche perché in quel momento il Capitano sembrava essere diventato qualcosa che apparteneva a tutti.

I ricordi scolpiti nella memoria

Napoli, però, conserverà altre immagini. Quelle di Agnano, delle tribune, del Gran Premio Lotteria, dell’attesa che precedeva le sue apparizioni e della sensazione che potesse accadere qualcosa di straordinario ogni volta che scendeva in pista. Un legame nato attraverso Enzo Giordano e diventato popolare vittoria dopo vittoria.

Varenne ha perso undici volte. Ha cominciato con una squalifica. Ha attraversato l’Europa, conquistato l’America, stabilito record, vinto davanti a migliaia di persone e poi trascorso gli ultimi anni lontano dal rumore degli ippodromi.

Ma le leggende non si misurano contando soltanto quante volte hanno vinto. Si riconoscono da quanto rimane quando tutto è finito. E di Varenne rimane moltissimo: il nome, le corse, Agnano, Parigi, Meadowlands, le bandiere italiane, Giampaolo Minnucci in sulky, una generazione di appassionati e anche chi, pur non sapendo quasi nulla di trotto, sapeva perfettamente chi fosse il Capitano. A Eboli si è fermato Varenne. La leggenda, quella no.

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