Ancora speculazioni sulla triste ultima domenica di Fakir

E la violenza dei sinistrorsi si sposta da Bologna alla Val di Susa

Se la sinistra è quella che la scorsa settimana – con il sindaco di Bologna Lepore e il governatore De Pascale, entrambi espressioni del Pd, in testa, con il supporto di giornali e giornalisti mainstream – ha scatenato, seppure indirettamente, la piazza contro la polizia per il migrante marocchino Fakir, morto durante un fermo, con il conseguente corollario di bombe carta, rotture di vetrine e lanci di sassi al grido di «poliziotti assassini», c’è davvero di che preoccuparsi!

Eppure, secondo i firmatari del «telegramma di convocazione» in piazza, doveva essere un «presidio per la pace». Ma con più di 70 poliziotti feriti – diversi dei quali hanno denunciato il sindaco – e 11 feriti lievi fra i manifestanti, oltre 300mila euro di danni che sarà il Comune a risarcire, a spese nostre, e un solo fermato, subito rilasciato. E se si fosse trattato di un «presidio per la guerra», cosa sarebbe successo? E tutto il giorno dopo la morte del migrante.

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Senza, quindi, avere alcuna consapevolezza ufficiale di come fossero andate le cose e a chi attribuire le responsabilità dell’accaduto; fingendo di non essersi accorti che a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine, per quel migrante che delirava, dava in escandescenze, si arrampicava sui muri e litigava con tutti, erano state persone del posto che, poi, hanno anche provato a dare una mano agli agenti, ma senza riuscirci.

Le parole di Pacini e l’avvertimento di Lepore

Alla luce di tutto questo non può certo meravigliare se l’assessore al Verde del Pd Pacini, nonché aspirante candidato sindaco del centrosinistra a Milano in attesa delle primarie, nel corso della puntata de «La Zanzara», trasmissione di Radio 24, si sia esibito in una dichiarazione grondante odio contro un avversario politico. «Noi – ha detto – i fascisti li combattiamo alle urne e poi, a un certo punto, se serve o servirà, coi fucili». Facendo paventare il rischio di possibili derive autoritarie del centrodestra e una sorta di minaccia di ricorrere alla violenza in caso di sconfitta elettorale.

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Un’affermazione che fa il paio con quella del sindaco Lepore che non solo non ha chiesto l’autorizzazione a Prefettura e Questura per l’utilizzo della piazza, ma ha anche anticipato un possibile ricorso ad «altri scontri se le istituzioni non fanno il loro dovere». Peccato, però, si sia dimenticato di aggiungere quale sia il dovere cui le istituzioni devono adempiere per evitare che i sinistri diano di nuovo «piglio alla violenza».

Se non siamo all’istigazione all’odio, poco ci manca. Chissà se qualche magistrato provvederà a rifletterci un po’ su e non proverà a ricordare all’aspirante – speriamo resti tale – primo cittadino di Milano che l’Italia è un Paese libero e democratico. A questo punto, una domanda sorgerebbe spontanea, se non ne fosse già nota la risposta, visto il loro comportamento. Mi chiedo: il centrosinistra si fida di candidare a sindaco di Milano un personaggio che lancia – magari sottotraccia – minacce del genere?

Evidentemente sì, perché i suoi «compari» di partito hanno finto di non sentire e, quindi, con il silenzio ne hanno condiviso le affermazioni. È chiaro, quindi, che la regola della non violenza non vale per questa sinistra. Fossi al loro posto, proverei a prendere esempio dalla nipote di Fakir che, dal palco della manifestazione in piazza Maggiore a Bologna, pur affranta per la morte dello zio, non ha chiesto odio e vendetta, ma umanità e risposte chiare su quanto accaduto, che, poi, è quello che vogliono gli italiani. Quelli veri. Se non è un fallimento questo della sinistra, che cos’è?

Il salto nel vuoto della nuova classe dirigente

In verità, una ragione c’è. Anche se c’è chi finge di non saperlo. Ed è, purtroppo, la mancanza di una classe dirigente preparata e consapevole del proprio compito, che non è quello di fomentare le piazze. Come sottolineato più volte, anche su queste colonne, il passaggio dai leader storici – Gramsci, Di Vittorio, fondatore della Cgil, Togliatti, Napolitano, Berlinguer, Amendola – a Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e Landini è stato davvero un salto nel vuoto, anzi, meglio, nel nulla.

E pensate cosa toccherebbe all’Italia se – come si dice in giro nel Pd – due dei principali attuali «capetti», Conte e Franceschini, raggiungessero il duplice accordo sul quale sembra stiano ragionando: da un lato, fare le scarpe alla Schlein nel campo largo e restituire Palazzo Chigi al primo – spero, però, dopo avergli fatto saldare gli sprechi miliardari precedenti: 235 miliardi per bonus e Superbonus edilizi e oltre 35 miliardi per il reddito di cittadinanza, senza risolvere né il problema della casa né quello occupazionale – e, dall’altro, consentire l’ascesa di Franceschini, che quanto a risorse sprecate nel cinema non è stato da meno di Giuseppi, al Colle, per succedere a Mattarella.

Dalla Val di Susa alle speculazioni su Fakir

Intanto, violenza e guerriglia contro la polizia continuano. Sabato, in Val di Susa, ancora oltre 60 feriti tra le forze dell’ordine per gli incappucciati No Tav e, a Bologna, gli organizzatori del presidio per la pace, diventato per la guerra, invece di scusarsi fingono di non accorgersi dell’assenza di fratture su Fakir e gridano per qualche traccia di sangue vicino alla testa, ma nascondono che Fakir si dimenava e mordeva gli agenti, per cui è probabile che si sia ferito da solo. Tutti vogliamo la verità, ma attorno a Fakir sembra stia crescendo anche il rischio della speculazione politica ed economica di chi ha tutto l’interesse a conquistarsi i voti dei guerriglieri dell’estrema sinistra e di chi vorrebbe speculare sulla triste e mortale domenica del povero Fakir.

Il voto dei fuori sede e la protesta social

Infine, un ultimo esempio a dimostrazione del peggioramento di questa sinistra. Tutti ricorderanno che i giovani Pci-Pds-Pd fuori sede per motivi di studio hanno sempre richiesto che fosse loro consentito di votare nella città in cui studiano, ma ora che il Parlamento ha detto sì, via social stanno protestando perché, a loro dire, significherebbe far vincere la destra. Quando si dice votare per convinzione e non per convenienza!

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