Napoli, il Bronx aspetta ancora: le nuove case slittano al 2027

I cittadini seguono i lavori e chiedono conto dei ritardi

Per chi vive nel Bronx di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, il tempo si misura in promesse. Prima quelle fatte oltre quarant’anni fa, quando i due enormi casermoni di via Taverna del Ferro nacquero come risposta all’emergenza del terremoto del 1980. Poi quelle della riqualificazione, attesa per anni e finalmente avviata nel marzo 2024. Infine quelle delle nuove abitazioni: i primi 180 alloggi sarebbero dovuti essere consegnati nel 2025. Oggi, nell’estate del 2026, sono ancora un cantiere e la nuova scadenza è slittata ulteriormente.

Dietro questi ritardi c’è una storia fatta di burocrazia, intoppi amministrativi e problemi giudiziari che hanno rallentato il cronoprogramma. Ma c’è anche un’altra storia: quella dei cittadini che hanno trasformato una protesta in un percorso di partecipazione, diventando il vero motore del progetto.

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Da Taverna del Ferro al “Bronx”

Il cosiddetto “Bronx” nasce nel 1981 con la legge 219 per la ricostruzione post-sisma. Due stecche parallele alte 31 metri, progettate perché fossero visibili persino dal mare. In origine i palazzi erano attraversati da tunnel e passerelle che collegavano le abitazioni, poi chiusi negli anni per ragioni di ordine pubblico e per il controllo esercitato dalla criminalità organizzata sul quartiere.

Taverna del ferro
Taverna del ferro

Il nome, però, non deriva dalla presenza della camorra. È una denominazione nata spontaneamente tra alcuni ragazzi del quartiere che, giocando a pallone, notarono una somiglianza con il celebre quartiere di New York e decisero di scriverlo sui muri. Da allora il soprannome è rimasto, finendo quasi per oscurare il vero nome del luogo: Taverna del Ferro.

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Per decenni quei 360 appartamenti sono rimasti simbolo del degrado urbano della periferia orientale di Napoli. La svolta arriva nel 2018, quando gli abitanti decidono di non aspettare più. Durante una visita dell’allora sindaco Luigi de Magistris accompagnano personalmente il primo cittadino all’interno del complesso, mostrandogli le condizioni in cui vivono. Da quella mobilitazione nasce il progetto di demolizione e ricostruzione, poi portato avanti dall’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi insieme alla Città Metropolitana.

Il Comitato come collante

Il collante dell’intera operazione, però, è il Comitato di lotta Ex Taverna del Ferro. Sono i residenti a fare da tramite con le istituzioni, a informare quotidianamente le famiglie sull’avanzamento del cantiere e a partecipare ai tavoli tecnici con il Comune.

Rosaria Riccardi, tra le componenti del Comitato, ripercorre le ragioni dei ritardi senza nascondere le difficoltà: «Siamo partiti con il piede sbagliato. Si prospettavano tempi diversi, ma ci sono stati rallentamenti dovuti alla ditta, che ha perso cinque o sei mesi a causa di un’interdittiva della Procura. Poi sono arrivati i tempi lunghissimi delle autorizzazioni, con ritardi infiniti per ottenere i pareri necessari, come quello paesaggistico».

Nonostante questo, secondo il Comitato il progetto non si è mai fermato. «La macchina – spiega – poi è partita e si sta recuperando. Gli aggiornamenti ci sono costantemente perché almeno una volta al mese facciamo un tavolo tecnico con il Comune di Napoli. Ci confrontiamo con l’ufficio tecnico che segue i lavori, con l’assessore Lieto, il vicesindaco e la ditta Cobar. È un processo partecipato».

La partecipazione è probabilmente l’aspetto più innovativo dell’intervento. In un quartiere che per decenni ha vissuto un rapporto difficile con le istituzioni, oggi i residenti siedono periodicamente allo stesso tavolo con amministratori e tecnici, seguendo passo dopo passo l’avanzamento del cantiere.

I ritardi del cantiere

Il cronoprogramma, tuttavia, continua a cambiare. «La consegna dei primi 180 alloggi è stata rinviata prima alla fine del 2026 e poi alla primavera del 2027», racconta Riccardi. «Usiamo sempre il condizionale perché non c’è mai una certezza». Solo quando le prime 180 famiglie entreranno nelle nuove abitazioni sarà possibile demolire la stecca lato mare. Su quell’area sorgerà il secondo blocco di case, destinato alle restanti famiglie, completando così il progetto da 360 alloggi complessivi.

Per il Comitato, però, un ulteriore slittamento sarebbe difficile da sostenere. «Questa volta i lavori dovrebbero rientrare nei tempi, anche perché ci sono finanziamenti e obblighi da rispettare. Se si dovesse sforare ancora servirebbero nuove risorse che il Comune di Napoli difficilmente avrebbe».

Le occupazioni e il programma dei tre anni

Accanto al tema dei ritardi resta quello delle famiglie prive di un regolare titolo di assegnazione. Su 360 nuclei, circa 60 o 70 si trovano in questa situazione. Non si tratta, però, di una realtà nata dal nulla. Circa dieci anni fa, una nuova emergenza abitativa spinse diverse persone, spesso disoccupate o in condizioni economiche molto fragili, a occupare gli alloggi rimasti liberi all’interno del complesso. In altri casi, la perdita del titolo è legata a morosità o a procedure amministrative poco chiare. «Molte comunicazioni del Comune sono fumose», spiega Riccardi che aggiunge: «Le persone spesso non vengono nemmeno avvisate quando decadono dall’assegnazione».

Per queste famiglie Comune e Regione hanno previsto un programma speciale. Chi vive da anni a Taverna del Ferro, pur senza una legittima assegnazione, potrà ricevere la nuova casa per un periodo provvisorio di tre anni. In questa fase verrà monitorato il rispetto degli obblighi: regolarità nei pagamenti, comportamento conforme alle regole e disponibilità a mettersi in regola. Solo al termine di questo periodo, se gli impegni saranno rispettati, l’assegnazione potrà diventare definitiva.

Il programma, però, non è aperto indistintamente a tutti. Restano tre requisiti fondamentali: non superare la soglia Isee prevista dal regolamento regionale, non possedere altri immobili e non appartenere a gruppi criminali organizzati. Sono condizioni considerate imprescindibili per entrare nel percorso. Le 360 famiglie sono già state censite. Un passaggio fondamentale, perché riconosce formalmente che chi vive nel Bronx, al di là delle singole posizioni amministrative, rientra nel perimetro sociale e abitativo del progetto di ricostruzione.

Non solo case

Il progetto non si limita agli appartamenti. Gli spazi verdi saranno realizzati al termine delle demolizioni, con giardini e orti urbani. È previsto anche un nuovo campetto sportivo con spogliatoi e palestra, finanziato attraverso un ulteriore progetto promosso da Arci Mediterraneo. «L’idea», conclude Riccardi, «è lasciare qualcosa che rimanga davvero ai ragazzi del quartiere».

Per gli abitanti del Bronx, però, il primo traguardo resta sempre lo stesso: vedere finalmente aperte le porte delle nuove case. È un’attesa che dura da quarant’anni, ma che negli ultimi due si misura soprattutto con un calendario che continua a spostarsi in avanti. E se oggi il cantiere esiste è soprattutto perché, prima ancora dei finanziamenti e dei progetti, ci sono stati cittadini che hanno deciso di non accettare più che il proprio futuro venisse rimandato.

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