Trump rivendica la «resa» dell’Iran: «Non ci sono limiti al mio potere»

Slitta il vertice in Svizzera

Il memorandum tra Stati Uniti e Iran è stato firmato a distanza, ma il primo confronto diretto resta congelato. Berna ha annunciato il rinvio dei negoziati previsti oggi, senza indicare una nuova data. Nel frattempo, Donald Trump prova a trasformare l’intesa con Teheran in una vittoria politica personale.

Il presidente americano ha detto che gli Stati Uniti hanno battuto l’Iran «in modo totale» e che il memorandum d’intesa «probabilmente equivale a una resa incondizionata». Poi ha rivendicato la linea del blocco navale: «Chi altro avrebbe potuto attuare un blocco simile? Io ho effettuato un blocco navale in cui nessuna nave è riuscita a passare».

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Il vertice svizzero non parte

La firma della tregua, apposta elettronicamente da Trump e dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian, avrebbe dovuto aprire subito la fase diplomatica in Svizzera. Il passaggio, però, si è fermato prima dell’avvio ufficiale. I colloqui tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati, mentre la Svizzera ha fatto sapere di restare disponibile a facilitare il negoziato.

La comunicazione del governo elvetico è arrivata dopo lo stop al viaggio europeo del vicepresidente statunitense JD Vance. La sua presenza era prevista al Buergenstock, località di montagna affacciata sul Lago di Lucerna, dove l’apertura dei negoziati avrebbe dovuto svolgersi in un hotel di lusso.

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Il Ministero degli Esteri di Berna ha confermato che «i colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati». La Svizzera, ha aggiunto il dicastero, «resta pronta a facilitare tali discussioni» e il lavoro preparatorio non si è interrotto.

Sul tavolo doveva esserci soprattutto il programma nucleare iraniano. La cornice prevista era quella di un negoziato di 60 giorni, rinnovabili, pensato per trasformare il cessate il fuoco in una pace duratura. Alla trattativa avrebbe dovuto partecipare anche il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, ma pure la sua missione è stata rinviata. Il suo ruolo era considerato cruciale per la mediazione.

La Casa Bianca aveva già preparato il terreno allo slittamento. Da Washington era arrivato il chiarimento secondo cui «i piani per le prossime discussioni tecniche non sono ancora stati definiti» e la delegazione americana sarebbe stata pronta a partire «alla prima occasione utile». Poi il passaggio decisivo: «La logistica di questi negoziati non è mai stata semplice né prevedibile. Per il momento, il Vicepresidente non partirà stasera».

Le riserve di Khamenei e il nodo Hormuz

A Teheran, l’approvazione del memorandum non ha cancellato le cautele. La Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha fatto sapere, con un messaggio scritto, di aver dato il proprio via libera al testo, ma con alcune riserve. «È chiaro che i futuri negoziati faccia a faccia non garantiscono l’accettazione del punto di vista del nemico», ha affermato l’Ayatollah.

Khamenei non compare in pubblico da quando è succeduto al padre Ali, ucciso a marzo nei bombardamenti israelo-americani sull’Iran. La sua puntualizzazione pesa sul percorso diplomatico, perché separa l’approvazione formale dell’intesa dall’eventuale accettazione delle posizioni americane nei prossimi incontri.

Una prima conseguenza concreta dell’accordo si è vista nello Stretto di Hormuz, dove il traffico è ripreso. JD Vance ha dichiarato che le forze americane «hanno permesso il passaggio di oltre una decina di navi». La televisione di Stato iraniana, richiamando una nota del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha però annunciato una nuova procedura: le navi interessate ad attraversare lo stretto dovranno presentare richiesta a un nuovo organismo governativo.

Il protocollo prevede anche una sospensione dei costi: «non saranno addebitate tariffe per un periodo di 60 giorni». Trump ha collegato l’intesa anche all’andamento del petrolio, celebrando come un proprio risultato il nuovo calo dei prezzi, oggi ancora in discesa verso i livelli precedenti al conflitto.

Negli Stati Uniti, però, l’accordo quadro è finito sotto attacco. La stampa americana contesta soprattutto il vantaggio economico riconosciuto all’Iran senza l’obbligo di smantellare le infrastrutture nucleari. Washington, in caso di accordo definitivo, si è impegnata a facilitare «con i loro partner regionali» lo sblocco di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico iraniano. L’impegno non prevede una partecipazione finanziaria americana.

Israele contesta, il Libano torna sotto attacco

Trump ha difeso l’intesa anche sul piano politico, spiegando di aver cercato un accordo per evitare una crisi economica globale. Non ha però riconosciuto errori nella gestione della crisi: «Non ci sono limiti al mio potere, non ho imparato nessuna lezione». Sul rapporto con Benjamin Netanyahu, il presidente americano ha aggiunto: «Con Bibi è tutto normale ma lo dobbiamo mantenere sano di mente».

La versione iraniana ribalta quella di Washington. Per il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, l’accordo «riconosce il fallimento degli Stati Uniti». Ghalibaf ha anche avvertito che Teheran risponderà in modo deciso se gli impegni saranno violati.

In Israele, il memorandum è stato accolto con forti critiche, anche dentro il governo. Netanyahu non è entrato direttamente nel merito dell’intesa, ma ha ammonito che «la lotta non è finita». JD Vance ha risposto con un messaggio netto: «Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto al mondo». Il vicepresidente americano ha invitato Israele «a fare i conti con la realtà».

Netanyahu ha comunque ribadito l’intenzione di mantenere le forze israeliane nel Libano meridionale «finché le esigenze di sicurezza lo richiederanno». La posizione si scontra con il memorandum, che prevede la fine delle ostilità «su tutte le aree». Il premier israeliano ha allo stesso tempo auspicato la tutela del «rapporto vitale» con gli Stati Uniti.

Questa mattina l’Idf ha colpito il sud del Libano con un’offensiva aerea che ha provocato sedici morti. Israele ha definito l’operazione una risposta alla violazione del cessate il fuoco da parte di Hezbollah. La milizia sciita ha rivendicato di aver fermato l’avanzata israeliana, distruggendo tre carri armati e uccidendo un numero non precisato di soldati. Da Israele non è arrivata alcuna conferma sulle perdite.

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