Cresce il rischio effetto domino: altri malumori agitano i riformisti
Il Partito Democratico si scopre più fragile di quanto voglia ammettere: la scelta di Marianna Madia è solo l’ultimo tassello di una sequenza già avviata. Più che un addio, una lenta evaporazione. Nel Pd nessuno si strappa le vesti: la decisione di Madia circolava da mesi, almeno dalla fine della scorsa estate, e nelle chat interne la notizia è scivolata via senza scossoni. Un dettaglio che dice molto: quando una uscita non sorprende, il problema non è chi se ne va ma quanti stanno preparando la valigia.
La deputata ha comunicato ieri mattina alla capogruppo alla Camera, Chiara Braga, che lascerà gruppo parlamentare e partito. Destinazione Italia Viva, ma con prudenza tattica: indipendente, senza iscrizione formale. Una porta socchiusa che in molti danno già per spalancata in vista delle prossime elezioni. È la seconda uscita dall’area riformista nel Pd a guida Elly Schlein. Prima era toccato a Elisabetta Gualmini, passata con Carlo Calenda. Due indizi non fanno una prova, ma qui il teorema è già scritto: il Pd perde pezzi, e li perde sempre dalla stessa parte.
Le ragioni? Le stesse che da mesi serpeggiano tra i riformisti: distanza dalla linea della segreteria, soprattutto su dossier sensibili come il sostegno all’Ucraina. Nel messaggio di saluto, Madia prova a mantenere il tono istituzionale, spiegando di voler provare a «da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra» e aggiungendo: «Sempre uniti per lo stesso obiettivo: liberare l’Italia da questo pessimo governo. Vi abbraccio tutti». Tradotto: si cambia campo, ma non si cambia lessico.
Fonti dem lo ammettono senza troppi giri di parole: la scelta «bolliva in pentola da mesi». Il vero nodo, allora, non è il perché, ma il quando. E la risposta porta dritta al clima politico: il referendum ha dato una scossa, nei partiti si è riaperto il cantiere e molti leggono il momento come un’accelerazione verso le urne.
Liste, sopravvivenza e ritorni strategici
Dietro le quinte, il ragionamento è più prosaico. Le liste elettorali incombono e nel Transatlantico circola una convinzione: Elly Schlein difficilmente potrà ricandidare chi ha già alle spalle più di due o tre legislature. Madia è in Parlamento dal 2008, quando Walter Veltroni la scelse come capolista nel Lazio 1. Una carriera lunga quanto la vita del partito.
Poi c’è il fattore Matteo Renzi. Italia Viva non è più l’invitato scomodo del centrosinistra, ma un ingranaggio del campo largo, con ambizioni da «gamba moderata». Un ruolo che oggi pesa di più, anche nei rapporti con Giuseppe Conte, e che rende il trasloco politicamente meno traumatico. Per Madia, del resto, non è un salto nel buio: con Renzi e con Paolo Gentiloni è stata ministra della semplificazione e della Pubblica Amministrazione. Più che un cambio di rotta, un ritorno a casa.
Un partito che si svuota mentre finge stabilità
Ufficialmente, nulla cambia. Tra maggioranza e minoranza dem regge da mesi un patto di non belligeranza. Ma è una tregua armata: sotto la superficie restano divisioni profonde, dall’Ucraina al disegno di legge sull’antisemitismo. E mentre il Pd prova a raccontarsi compatto, si muove altro. L’idea di un «correntone» dei big ha già irritato l’area più vicina a Schlein: più che rafforzare la segretaria, il sospetto è che serva a condizionarla, soprattutto sulle liste.
In questo clima, l’uscita di Madia non appare come un episodio isolato ma come l’inizio di una sequenza. Tra i nomi che circolano c’è quello di Graziano Delrio, protagonista di tensioni interne con il suo disegno di legge e animatore dell’ultima assemblea nazionale. Il suo approdo, però, seguirebbe un’altra strada: non un partito, ma un progetto. «Comunità Democratica», l’associazione da lui promossa, guarda alla costruzione di un centro di ispirazione cattolica e riformista. Il risultato è un Pd che, mentre discute di identità, continua a perdere pezzi. E se la seconda uscita passa quasi sotto silenzio, è perché la prossima è già data per scontata.




