Beirut sotto attacco, Teheran minaccia stop ai colloqui
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran doveva aprire la strada a un primo confronto politico ad alto livello. Invece i bombardamenti israeliani in Libano rischiano di trasformare la tregua in una pausa brevissima.
L’intesa di due settimane annunciata da Donald Trump, arrivata a meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, ha allontanato almeno per ora l’apocalisse sull’Iran evocata dal presidente americano e ha rimesso in moto il lavoro dei mediatori, impegnati a organizzare per il fine settimana a Islamabad un primo incontro di livello tra Washington e Teheran. Lo stesso Trump ha spiegato la scelta sostenendo che si è arrivati a un «punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine con l’Iran», che potrebbe essere «finalizzato nelle prossime due settimane».
A confermare il primo spiraglio è stato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, secondo cui il cessate il fuoco «rispetta i principi generali dell’Iran». Una svolta iniziale che ha incassato il plauso della comunità internazionale e la reazione positiva dei mercati: Borse in rialzo e petrolio in forte discesa, fino a circa 90 dollari al barile.
Hormuz, sanzioni e punti ancora controversi
La condizione posta dagli Stati Uniti per accettare lo stop era lo sblocco di Hormuz da parte dei Pasdaran. MarineTraffic ha segnalato i transiti e la Casa Bianca ha parlato di un flusso confermato in crescita. La versione iraniana, però, è diversa: il passaggio sicuro sarà possibile solo con il coordinamento e l’autorizzazione delle proprie forze armate. In una giornata convulsa, alcuni media della Repubblica islamica avevano perfino riferito di un nuovo blocco, come rappresaglia per i colpi dell’Idf in Libano.
Resta inoltre confuso il perimetro del negoziato. Le due parti continuano infatti a richiamarsi a bozze differenti: i 15 punti degli americani e i 10 punti degli iraniani. Incertezza anche sui contenuti, perché se Trump ha assicurato che gli ayatollah rinunceranno all’arricchimento dell’uranio, il documento degli ayatollah in lingua farsi indica invece come condizione «l’accettazione dell’arricchimento» per il programma nucleare. Più semplice appare il percorso sulle sanzioni: il tycoon ha parlato di una possibile «riduzione», ma nello stesso tempo ha minacciato «dazi immediati al 50%» per i Paesi che forniranno armi al regime.
Il prossimo passaggio dovrebbe essere l’avvio del primo round di colloqui. La Casa Bianca ha annunciato che sabato Jd Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner voleranno a Islamabad, mentre media iraniani hanno indicato come capo negoziatore lo speaker del Parlamento Bagher Ghalibaf. Ma proprio quell’appuntamento, a questo punto, rischia di saltare.
L’attacco israeliano in Libano mette in crisi il tavolo
A incrinare il quadro sono stati i segnali arrivati dal fronte libanese. Israele ha lanciato quella che ha definito «la più grossa ondata di raid su Hezbollah», colpendo il sud del Paese e Beirut. Secondo il Wall Street Journal, il governo israeliano sarebbe stato informato solo all’ultimo minuto dell’accordo tra Usa e Iran e non l’avrebbe presa bene. Da qui la decisione di sferrare l’attacco più duro contro Hezbollah dall’inizio della guerra nel Golfo.
L’operazione, definita «a sorpresa» e denominata ‘Oscurità eterna’, è stata annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz come un’azione contro «centinaia di terroristi». Una pioggia di fuoco: cento incursioni in pochi minuti hanno devastato la capitale libanese, provocando le proteste del premier Nawaf Salam, che ha denunciato una «strage di civili». Il bilancio, in continuo aggiornamento, parla di centinaia di morti e oltre mille feriti, mentre i testimoni riferiscono di «scene apocalittiche».
Trump ha derubricato l’escalation a una «scaramuccia» che non avrebbe nulla a che vedere con il negoziato generale, ma Teheran ha subito alzato il livello dello scontro. L’Iran, alleato di Hezbollah in Libano, ha minacciato di non presentarsi ai colloqui in Pakistan e ha rimesso sul tavolo anche l’ipotesi di sigillare Hormuz o riprendere i raid contro lo Stato ebraico. Secondo il Pakistan, l’intesa raggiunta comprendeva anche il Libano, ma sia Trump sia Netanyahu hanno sostenuto il contrario.
Meloni condanna
Contro questa nuova impennata sono intervenuti i leader europei e il Canada, che in una nota congiunta hanno lanciato un appello «a tutte le parti ad attuare il cessate il fuoco anche in Libano».
Alla pressione diplomatica si è aggiunta la presa di posizione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo quanto avvenuto nel sud del Libano, dove un convoglio italiano di UNIFIL, chiaramente identificabile, è stato raggiunto da colpi di avvertimento dell’esercito israeliano. Meloni ha parlato di un episodio «del tutto inaccettabile», sottolineando che i militari italiani operano sulla base di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che quanto avvenuto rappresenta una «palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite».
La premier ha quindi chiesto che Israele chiarisca l’accaduto e ha richiamato la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore d’Israele a Roma su iniziativa del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nella stessa dichiarazione ha indicato il cessate il fuoco concordato tra Iran, Stati Uniti e Israele come un’opportunità da cogliere per fermare anche la guerra in Libano. Pur definendo irresponsabile la decisione di Hezbollah di trascinare la nazione nel conflitto, Meloni ha aggiunto che «i continui attacchi israeliani in Libano, che hanno già provocato troppi morti e un inaccettabile numero di sfollati, devono cessare immediatamente». In chiusura, il presidente del Consiglio ha ribadito «la necessità di garantire la sicurezza dei soldati italiani e dell’intero contingente UNIFIL».




