«Bella ciao» e cori contro Meloni e la pm Imparato: a Napoli l’Anm si copre di ridicolo, scena indegna in tribunale

Anche Parodi prende le distanze: «Non l’avrei fatto»

Più che entusiasmo, quelle immagini restituiscono imbarazzo. È questo l’effetto del video che mostra, nel tribunale di Napoli, magistrati intenti a cantare «Bella ciao» e a scandire cori contro Giorgia Meloni e contro Annalisa Imparato. A rendere la scena ancora più grave non è soltanto il tono dei festeggiamenti dopo la vittoria del No al referendum, ma il luogo in cui tutto avviene.

Un tribunale non è una sezione di partito, non è una piazza militante e non è neppure uno spazio in cui chi esercita la funzione giudiziaria possa permettersi di apparire come una parte politica in esultanza. Per questo il video circolato dalla saletta Anm del palazzo di giustizia partenopeo finisce per aprire un caso che va oltre il cattivo gusto: investe direttamente il profilo di imparzialità che i magistrati sono tenuti a incarnare.

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Sisto: «Non un bello spettacolo»

Dal Governo arriva la richiesta di maggiore misura affidata al viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto: «Perché – spiega – le immagini di magistrati che stappano bottiglie di spumante cantando “Bella ciao” o intonando cori non rappresentano un bello spettacolo per i cittadini». Anche il presidente dimissionario dell’Anm, Cesare Parodi, sceglie di prendere le distanze, sia pure con toni più sfumati: «Io non l’avrei fatto – osserva – ma è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione, quantomeno umanamente comprensibile». Poi aggiunge: «Ognuno ha il suo carattere, io non posso certamente richiamare nessuno, prendo atto di questo. Non è stata una manifestazione che io avrei condiviso, ma credo sia un po’ il frutto dei tempi».

Ma proprio qui sta il punto. Non si tratta di una leggerezza qualunque, né di una semplice esplosione di sollievo. Quando dentro un palazzo di giustizia si intonano cori da stadio, si canta «Bella ciao» e si individuano bersagli politici e professionali, il confine della sobrietà istituzionale salta in modo plateale. È un balletto ridicolo, che ancora una volta espone la magistratura a un danno di immagine profondo, perché la consegna al pubblico non come ordine imparziale, ma come corpo che partecipa, si schiera, irride e politicizza.

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I cori contro la Imparato e la denuncia della pm

Tra i nomi tirati in ballo nei cori c’è anche quello di Annalisa Imparato, pm della sezione reati comuni a Santa Maria Capua Vetere e figura di prima linea del sì al referendum.

La sostituta procuratrice, il giorno successivo, formula una critica durissima: «I festeggiamenti e i cori della sottosezione Anm di Napoli rappresentano un vero danno all’immagine della magistratura, perché dimostrano che i magistrati si muovono come appartenenti a una casta, che per di più fa politica. Per questo mi ero esposta per il sì al referendum. E se le persone hanno votato il contrario è perché hanno avuto paura di quei messaggi, non veri, lanciati da tanti magistrati, anche famosi, sostenitori del no e basati su assunti falsi, come quello della sottomissione dei pm alla politica».

Imparato, che non è iscritta all’Anm né ad altre associazioni, spiega di essere stata l’unica ad essersi «schierata apertamente» per il sì nell’ufficio giudiziario casertano, pur osservando che nel segreto dell’urna «qualche altro pm potrebbe aver barrato la casella del sì». Nelle sue parole, però, il caso dei festeggiamenti si intreccia con un disagio più profondo. La magistrata racconta di aver ricevuto messaggi di insulto in questi giorni e soprattutto di sentirsi isolata in procura da ormai due anni, da quando denunciò alcune chat di magistrati nelle quali, a suo dire, emergeva la deriva correntizia.

«Ci convivo con questa situazione, per questo mi sono schierata per il sì al referendum», argomenta, aggiungendo di aver ricevuto attestati di solidarietà soltanto da «cancellieri, appartenenti alla polizia giudiziaria e avvocati, ma non dai miei colleghi». Poi il passaggio più duro: «Anzi, devo dire che mi sono arrivati messaggi offensivi in questi giorni anche da magistrati, addirittura una di loro ha scritto che “i sostenitori per il sì andrebbero sparati”. Parole fuori luogo, che dimostrano la politicizzazione della magistratura che io ho sempre combattuto e continuerò a combattere».

L’Ucp: «Compatibili con il ruolo delle toghe?»

Sulla vicenda interviene anche il presidente dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, con un documento indirizzato all’Anm e, per conoscenza, al primo presidente della Cassazione. Il testo pone una serie di questioni che colpiscono il cuore del problema: «Ci si chiede se l’Anm ritenga tali condotte conformi ai principi deontologici e al ruolo istituzionale dei magistrati; se manifestazioni di questo tipo, anche se avvenute in contesti diversi, siano compatibili con il dovere di indipendenza e di equilibrio richiesto dalla funzione giudiziaria; se l’esito di una competizione referendaria possa in qualche modo giustificare espressioni e comportamenti che appaiono divisivi e non rispettosi tra appartenenti allo stesso ordine».

Petrelli richiama in particolare i «cori come “chi non salta Imparato è”», il fatto che «numerosi magistrati» siano stati ripresi mentre cantavano «Bella ciao» e anche un post di un magistrato di Cassazione «nel quale si leggono espressioni quali “l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzante”, riferite a colleghi magistrati e avvocati, con esplicito richiamo ai “ricorsi” e alle “sentenze” da essi redatti».

Secondo il presidente dei penalisti, «tali comportamenti, nel loro complesso, pongono interrogativi rilevanti sull’opportunità che manifestazioni di tale natura siano inscenate all’interno dei palazzi di giustizia, assumendo toni che rischiano di compromettere l’immagine di imparzialità e terzietà della magistratura».

Il richiamo a equilibrio, sobrietà e imparzialità

E ancora: «Se questo è il clima che si è manifestato immediatamente all’esito del referendum – si legge ancora nel documento – sorge spontaneo interrogarsi su quali possano essere le ricadute nei giorni a venire, in particolare nei rapporti quotidiani all’interno delle aule giudiziarie e, più in generale, nel rapporto tra magistratura, avvocatura e cittadini. Proprio per questo, appare quanto mai opportuno un richiamo forte alla responsabilità, al senso della misura e alla centralità dell’interesse generale della giustizia, che deve restare patrimonio comune e condiviso».

I penalisti insistono inoltre sulla necessità di superare rapidamente il clima da campagna politica in cui, a loro giudizio, l’Associazione e i suoi componenti si sono inseriti in maniera troppo marcata: «Si avverte l’esigenza di superare, quanto prima, il clima e le dinamiche proprie della campagna politica nella quale l’Associazione e i suoi componenti hanno ritenuto di inserirsi in modo particolarmente marcato, recuperando quel profilo di equilibrio e sobrietà istituzionale che costituisce presidio essenziale della credibilità della funzione giudiziaria». Per Petrelli si tratta di «aspetti che incidono direttamente sulla credibilità della magistratura e sulla fiducia di tutti i cittadini nella sua imparzialità».

Il nodo politico-istituzionale

Nella stessa direzione va la dichiarazione del deputato e coordinatore della Lega in Campania Gianpiero Zinzi: «Al netto del risultato del referendum, resta il rammarico per i festeggiamenti, in alcuni casi scomposti, di numerosi magistrati, una caduta di stile evitabile. Un conto è rallegrarsi per l’esito della consultazione popolare, altro è intonare cori e stappare bottiglie all’interno di un tribunale, che per definizione è luogo di rigore e imparzialità. Le istituzioni rappresentano tutti e vanno tutelate con comportamenti sobri e rispettosi verso tutti i cittadini».

Ed è proprio questo il punto che resta, più del video e più della polemica del giorno. Un magistrato può avere convinzioni, ma non può permettersi di trasformarle in rappresentazione festosa e divisiva dentro il luogo in cui amministra giustizia. Quando accade, il problema non è solo estetico. Diventa istituzionale.

Perché il tribunale è un luogo sacro della vita civile, non un palco per cori politici; e i magistrati, proprio perché chiamati a decidere in nome della legge, non possono comportarsi da tifosi. Invece a Napoli è andato in scena esattamente questo: una sequenza scomposta, politicizzata e imbarazzante, che finisce per alimentare il sospetto di una magistratura sempre meno capace di custodire, almeno nelle forme, quel dovere di equilibrio che pretende dagli altri.

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