La Corte di Salerno respinge l’impugnazione della Procura
La Corte di Appello di Salerno mette la parola fine a una vicenda giudiziaria lunga tredici anni. I giudici del collegio presieduto dal dott. Perrotta, con a latere la dott.ssa Zambrano e la dott.ssa Conforti, hanno dichiarato inammissibile l’appello proposto dalla Procura della Repubblica di Salerno contro la sentenza di assoluzione con formula piena nei confronti di Pasquale Aliberti, esponente di Forza Italia e attuale sindaco di Scafati, imputato del reato di scambio politico-mafioso.
La decisione chiude in via definitiva un procedimento che ha segnato oltre un decennio della vita personale e pubblica dell’amministratore. A renderlo noto sono stati gli avvocati Silverio Sica e Giuseppe Pepe, che in una nota hanno espresso «soddisfazione per una pronuncia giuridicamente corretta e assunta con grande onestà intellettuale da parte della Corte».
La decisione della Corte e la posizione della difesa
Secondo quanto comunicato dai legali, l’appello presentato dalla Procura è stato ritenuto inammissibile, confermando così l’assoluzione già pronunciata in primo grado. La formula piena, già riconosciuta al termine del precedente giudizio, diventa quindi definitiva.
Aliberti, tredici anni fa, fu arrestato e – come ricordano i suoi difensori – «ha sofferto per circa un decennio, durante il quale ha patito lunghi mesi di custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari lontano dalla sua città e ulteriori misure restrittive». Successivamente «ha poi vissuto anni e anni di processo vedendosi riconosciuta la piena e totale innocenza».
Nella stessa nota si sottolinea che, «pur riconoscendo il legittimo esercizio delle prerogative della pubblica accusa, la pronuncia della Corte di Appello ha fermato le ulteriori sofferenze di un uomo e di tutta la sua famiglia».
Il commento del sindaco: «Tredici anni di gelo»
A commentare l’esito in secondo grado è stato lo stesso Pasquale Aliberti, che ha parlato di una vicenda ormai conclusa: «Con questa decisione si chiude definitivamente una vicenda giudiziaria durata tredici anni. Tredici anni in cui questa storia è stata raccontata, commentata, chiacchierata, giudicata, spesso derisa. Tredici anni in cui su di me è stato gettato fango. Fango e ancora fango. Tredici anni di sofferenza, di processi, di attese. Tredici anni in cui ho conosciuto il gelo delle manette, il gelo di una cella, il gelo dell’isolamento, il gelo degli sguardi di chi mi accusava, il gelo di un innocente in carcere».
Il primo cittadino di Scafati ha ricordato di aver combattuto «una battaglia silenziosa per difendere non solo la mia libertà, ma la mia dignità e quella della mia famiglia, contro il peso delle accuse, contro la lentezza della giustizia, contro il rumore di un’opinione pubblica che spesso condanna prima ancora di conoscere la verità».
«Oggi questa vicenda si chiude. Avrei voluto gridarlo a mia madre che nei suoi ultimi giorni si chiedeva ‘Perché? Perché ti fanno tutto questo?’…a mio padre che ha sempre cercato di darmi forza. Ma sono morti prima di vedermi libero», ha aggiunto.
Nonostante la chiusura definitiva del procedimento, Aliberti riconosce che il tempo trascorso lascia segni: «Tredici anni non si cancellano con una sentenza, restano le cicatrici, restano le ferite profonde che ancora sanguinano. Oggi è il tempo degli affetti, della mia famiglia, dei miei figli, di chi ha creduto in me, in noi, di chi ha resistito quando tutto sembrava crollare. La verità è figlia del tempo…e quel tempo è ora».




