Il cuore ritmico che unisce palco, studio e didattica con Arte58
Roberto Perrone è una delle colonne ritmiche storiche dell’universo musicale di Edoardo Bennato, un batterista capace di unire precisione tecnica e istinto narrativo. La sua cifra stilistica si riconosce nell’energia diretta, nel groove asciutto e nell’attenzione al dettaglio timbrico, elementi che hanno contribuito a definire il suono live del cantautore napoletano. Nell’intervista rilasciata a ilSud24.it, Perrone racconta con naturalezza il suo percorso, sottolineando come la collaborazione con Bennato sia stata «una scuola continua», fatta di ascolto, libertà creativa e disciplina.
Parla del palco come di un luogo dove «non puoi mentire» e della responsabilità di sostenere un artista che ha fatto la storia del rock italiano. Oltre all’attività live, Perrone porta avanti un intenso lavoro didattico: nel suo laboratorio musicale segue giovani allievi con un approccio che privilegia ascolto, musicalità e costruzione del carattere artistico, trasformando la batteria in un luogo di crescita personale prima ancora che professionale. Questa doppia anima, performer e maestro, lo rende una figura preziosa nella scena musicale partenopea e non solo, come emerge chiaramente anche dalle sue parole: «insegnare significa restituire ciò che la musica mi ha dato».
L’istinto primordiale del ritmo
Roberto, qual è stato il momento in cui hai capito che la batteria sarebbe diventata il tuo linguaggio, la tua strada?
«È nato tutto da un impulso che non sapevo ancora riconoscere. Non avevo mai visto una batteria da vicino, non conoscevo la logica dei tamburi o dei piatti, eppure il ritmo mi abitava già. Da bambino passavo le giornate a scandire colpi con la bocca, a intrecciare piccole frasi ritmiche, a far vibrare l’aria come se avessi davanti un set immaginario. Ogni tavolo diventava un rullante, ogni ginocchio una cassa, ogni pausa un’occasione per far partire un nuovo movimento. Gli amici mi guardavano divertiti, quasi sorpresi da quella naturalezza, ma io non stavo cercando di mettermi in mostra. Stavo solo seguendo una spinta interiore, qualcosa che premeva per uscire e che trovava nel ritmo la sua forma più immediata».
«La batteria, prima ancora di toccarla, l’avevo già costruita nella testa: sapevo come avrebbe respirato, come avrebbe risposto, come avrebbe riempito lo spazio. Non immaginavo che sarebbe diventata la mia strada, ma intuivo che attraverso il ritmo riuscivo a dire cose che non trovavano parole. Anche il desiderio di stare al centro della scena non nasceva da vanità: era la voglia di condividere quell’energia, di creare un contatto, di sentire un battito comune con chi avevo davanti. Se devo cercare un’origine, è tutta lì: in quell’istinto primordiale e in un sogno che chiedeva solo di essere ascoltato e finalmente suonato».
Ascolto e identità personale
Nel tuo laboratorio musicale lavori con tanti giovani: qual è il primo principio che cerchi di trasmettere a chi si avvicina alla batteria?
«Non parto mai da un metodo fisso, perché ogni allievo è un universo a sé. La prima cosa che faccio è ascoltare: cerco di cogliere dove si inceppa, cosa lo intimorisce, ma anche quali risorse porta con sé senza saperlo. È un lavoro di osservazione sottile, quasi psicologico. Per me è essenziale creare uno spazio in cui possa sentirsi libero. Solo quando si rilassa emerge il suo mondo interiore, e lì la batteria smette di essere un insieme di esercizi per diventare espressione, identità, carattere. La tecnica è importante, certo, ma non basta: è il mezzo, non il fine».
«Li spingo a non limitarsi a imitare, ma a cercare la propria voce. È la parte più complessa, perché richiede coraggio e tempo. Intanto lavoriamo su ciò che serve davvero: solidità tecnica, ascolto, costanza. La libertà nasce solo quando le fondamenta sono stabili. Alla fine, però, il mio compito più vero è trasmettere la passione per questo strumento. Quando scatta quella scintilla, quando capiscono che la batteria può diventare un linguaggio personale, tutto il resto arriva con naturalezza».
Tra responsabilità ed equilibrio
Sei da anni la ritmica costante che sostiene il mondo sonoro di Edoardo Bennato: cosa significa, per te, incarnare quella pulsazione che tiene insieme energia, band e pubblico?
«Sì, mi considero fortunato ad aver incontrato Edoardo Bennato, ma la fortuna da sola non basta. In questi vent’anni ci sono stati impegno, costanza e la capacità di restare saldo accanto a lui, dentro un mondo fatto di musicisti, tecnici, staff e management. Convivere così a lungo significa attraversare tensioni, idee che si scontrano, viaggi interminabili, piccoli attriti quotidiani. Non è solo suonare: è mantenere la mente lucida, il cuore aperto e un’energia sempre disponibile. Essere la pulsazione che sostiene il suo universo sonoro è una responsabilità enorme».
«Vuol dire trovare ogni volta l’equilibrio tra la mia identità e il servizio alla musica, tra il sostegno alla band e quel dialogo silenzioso che si crea con il pubblico. Il ritmo è ciò che unisce, che trascina, che emoziona: una corrente invisibile che tutti percepiscono, anche se pochi la vedono davvero. A 51 anni, continuare a suonare accanto a un cantautore così straordinario è la conferma che passione, dedizione e amore per ciò che fai possono trasformare il lavoro in qualcosa che assomiglia alla magia e che quella magia, quando la coltivi, diventa la tua vera fortuna».
Essenzialità
Come si costruisce e si consolida un groove così solido da diventare riconoscibile, quasi una tua firma sonora all’interno del mondo musicale di Bennato?
«Costruire un groove, per me, è sempre stato un processo naturale. Dopo tanti anni accanto a Edoardo Bennato era inevitabile: il mio modo di suonare si è intrecciato al suo linguaggio musicale. Lui mi chiede di interpretare i brani in una certa direzione, ma non si tratta semplicemente di “accontentare”: significa comprendere a fondo la sua visione e tradurla sulla batteria con coerenza e sensibilità. Ho sempre creduto che la batteria debba funzionare in modo essenziale, al servizio dell’artista e della canzone. La semplicità non è mai sinonimo di povertà: è una scelta precisa».
«È togliere ciò che non serve, lasciare solo ciò che fa respirare davvero il brano, ciò che lo fa muovere. Dentro questa idea, nel tempo, ho trovato un mio suono e un mio modo di stare nel tempo. È diventato uno stile riconoscibile, frutto di anni di esperienza, ascolto e continuità. Conosco bene i miei limiti, ma conosco altrettanto bene i miei punti di forza. Questa consapevolezza oggi mi dà equilibrio e solidità, sia sul palco che in studio».
La visione di Arte58
Arte58 è diventata un luogo dove convivono musica, doppiaggio e creatività: com’è nata l’idea di costruire una scuola così trasversale e dove pensi che possa arrivare questo progetto?
«Arte58 nasce da un percorso lungo più di vent’anni. Già nel 1999, a Napoli, avevo creato un primo polo con sale prova e studio di registrazione, coinvolgendo un amico negoziante di strumenti musicali e un socio. L’idea era chiara nella mia testa: non solo fare musica, ma costruire un luogo capace di accogliere i musicisti, farli sentire a casa, diventare un punto di riferimento. Mi piaceva essere un “oste” oltre che un batterista. Come spesso accade, però, le società possono sgretolarsi. Quando quel progetto si è chiuso, ho messo da parte per un momento i panni del musicista e ho iniziato a indossare quelli dell’imprenditore. Da quella scelta è nato Arte58: un polo che abbraccia le arti a 360 gradi, con una scuola di musica, una scuola di doppiaggio e una di fumetto».
«Dopo quattro anni di lavoro in solitaria, ho ritrovato un socio, Mauro Iuliano, e insieme abbiamo dato vita a uno studio ancora più grande, pronto ad accogliere anche una prestigiosa università della musica. Il nuovo spazio avrà un auditorium per concerti, sale prova di ultima generazione e ambienti dedicati alla produzione audio e video, integrati con strumenti di intelligenza artificiale: una frontiera che può semplificare la vita dei musicisti e ampliare le possibilità creative. Arte58 non è solo una scuola: è un ecosistema vivo, dove musica, doppiaggio e arti visive convivono, si contaminano e crescono insieme. E questa è soltanto la prima fase di un progetto che ha ancora molto da raccontare e da costruire».
Una nuova fase
Guardando avanti, quali sono le direzioni artistiche o didattiche che senti di voler esplorare nei prossimi anni, sia sul palco sia all’interno di Arte58?
«Guardando al futuro, non mi identifico più soltanto nel ruolo di musicista. Oggi il mio obiettivo principale è far crescere e consolidare Arte58, portando avanti un progetto che unisce tradizione e innovazione nel campo della formazione artistica. Dopo anni di esperienze intense sui palchi e in studio, ho compreso che il mio percorso non coincide necessariamente con le dinamiche delle nuove generazioni o con i trend musicali del momento. Non lo vivo come un limite, ma come una consapevolezza: so esattamente dove posso offrire il massimo valore».
«Questa lucidità mi rende ancora più grato per ciò che la musica mi ha dato: competenze, incontri, emozioni e la capacità di creare spazi in cui l’arte possa crescere e trovare nuove forme. Oggi sento il bisogno di restituire tutto questo, mettendo la mia esperienza al servizio di Arte58 e delle persone che lo attraversano. Il mio impegno è sviluppare progetti che integrino formazione, creatività e innovazione, offrendo agli artisti e agli studenti strumenti concreti per costruire il proprio futuro. È una nuova fase del mio percorso, diversa ma profondamente coerente con ciò che sono diventato».
Il suono come espressione interiore oltre l’attrezzatura
Nel tuo suono c’è sempre una grande cura per il dettaglio: utilizzi bacchette personalizzate o un setup costruito su misura? E quali materiali o caratteristiche ritieni indispensabili per ottenere il groove che ti rappresenta?
«Devo ammettere che non sono mai stato ossessionato dagli strumenti. Per me il suono nasce prima di tutto nella testa, nella sensibilità del musicista, nel modo in cui immagina e costruisce il proprio tocco. Avere strumenti di qualità è importante, certo, e negli anni ho collaborato con diversi sponsor, anche se non sono mai stato particolarmente abile nel coltivare rapporti continui, soprattutto oggi che la presenza sui social è diventata centrale. Ci sono però collaborazioni che ho sempre vissuto con grande piacere. Utilizzo piatti UFIP, un marchio italiano con cui ho instaurato un rapporto eccellente».
«Le bacchette le prendo da Roll di Alfredo Manzo, mentre da dieci anni le mie batterie arrivano da Acustica Leopoldo: un negoziante competente, che conosco da sempre e che mi supporta in molti aspetti del mio lavoro. Alla fine, però, il mio suono non nasce dagli strumenti, ma dal tocco, dall’esperienza e dalla capacità di ascoltare ciò che la musica richiede. Gli strumenti giusti aiutano, ma il cuore del groove resta dentro di me».
Contaminazioni stilistiche
Quando non sei sul palco con Bennato continui a esibirti in molte altre situazioni: in che modo queste esperienze parallele influenzano il tuo modo di suonare e arricchiscono la tua identità musicale?
«Quando non sono sul palco con Edoardo Bennato, continuo a esibirmi in diversi contesti musicali e queste esperienze hanno un ruolo fondamentale nella mia crescita. Suonare repertori e stili differenti mi obbliga ad adattarmi, a ricalibrare il mio ascolto, a modulare il tocco in base alle esigenze di ogni progetto. È un esercizio continuo che mantiene la mente aperta e l’orecchio sempre allenato».
«Queste attività parallele influenzano in modo concreto il mio modo di suonare: arricchiscono il groove, mi permettono di sperimentare soluzioni ritmiche nuove e di scoprire sfumature che poi ritornano anche nei brani con Bennato. È un processo naturale di contaminazione che amplia il mio vocabolario musicale senza snaturare la mia identità. Alla fine, tutto questo contribuisce a definire un suono personale, versatile e riconoscibile, costruito attraverso l’ascolto costante, la pratica e la capacità di integrare influenze diverse mantenendo sempre coerenza e solidità».
La musica come percorso di crescita
Qual è il consiglio più importante che ti senti di dare ai giovani che si avvicinano alla musica, e in che modo pensi che questo percorso possa formare non solo l’artista, ma soprattutto la persona?
«Il consiglio più importante che posso dare ai giovani che si avvicinano alla musica è semplice: ascoltate, sperimentate e mettete autenticità in ogni gesto. La tecnica e lo studio sono fondamentali, ma ciò che rende un musicista davvero riconoscibile è la passione, la curiosità e la capacità di sentire la musica dentro di sé, prima ancora che nello strumento. Un percorso musicale non forma soltanto l’artista: educa alla disciplina, alla pazienza, all’empatia e alla collaborazione».
«Ti abitua a confrontarti con le difficoltà, a trovare soluzioni creative, a comunicare senza bisogno di parole. Tutto questo è esperienza di vita, non solo esperienza musicale. Per me la musica è sempre stata anche un modo per crescere come persona. Chi studia e suona con serietà impara a conoscersi, a gestire emozioni e responsabilità, a sviluppare qualità che tornano utili in ogni ambito della vita, non solo sul palco. È questo, alla fine, il vero valore del percorso musicale: ti forma come artista, ma soprattutto ti forma come individuo».
Alla ricerca di un linguaggio personale
Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali agli inizi e, guardando al presente, cosa è cambiato nel tuo modo di studiare la batteria e nelle figure che oggi consideri punti di riferimento?
«All’inizio i miei riferimenti erano i grandi batteristi che ascoltavo con ammirazione: Max Roach, Buddy Rich, Steve Gadd e molti altri. Erano modelli da studiare, imitare e comprendere, non solo per la tecnica impeccabile, ma per la musicalità, la visione e la capacità di comunicare attraverso ogni colpo. In quella fase il mio obiettivo era assorbire quanto più possibile, capire come costruivano il loro linguaggio e cosa rendeva unico il loro modo di suonare. Con il tempo, però, il mio approccio è cambiato».
«Non studio più per riprodurre, ma per interpretare, adattare e trasformare ciò che apprendo in qualcosa di mio. Ogni esperienza sul palco, ogni collaborazione, mi ha insegnato che la batteria è prima di tutto uno strumento di espressione e relazione, non solo di tecnica».
«È un mezzo per raccontare, sostenere, dialogare. Oggi i miei riferimenti non sono più soltanto figure “mitiche” da seguire, ma musicisti e persone che mi ispirano per la loro coerenza, la sensibilità artistica e la capacità di innovare senza perdere identità. Cerco stimoli ovunque: nella musica storica, in quella contemporanea, nei generi più lontani dal mio. Ogni idea, ogni dettaglio può diventare un elemento da integrare nel mio groove e nel mio percorso creativo. È così che si costruisce un suono personale: attraverso l’ascolto, la curiosità e la volontà di evolversi senza smettere di essere sé stessi».




