Opposizioni divise tra l’invio di armi e diplomazia
Gridano alla «deflagrazione» del centrodestra, ma nel campo largo le crepe sono canyon: sull’invio di armi e sulla linea da tenere con Kiev non esiste una posizione comune. La fiducia posta dal governo sul decreto Ucraina diventa l’argomento principe per attaccare l’esecutivo.
Secondo le opposizioni, la scelta di blindare il provvedimento servirebbe a coprire le distanze interne e a neutralizzare il dissenso dei tre parlamentari di Futuro Nazionale contrari al testo. Il racconto è quello di una maggioranza che avrebbe paura del confronto parlamentare. Ma mentre si costruisce la narrazione della crisi altrui, si evita accuratamente di spiegare perché, sullo stesso decreto, nel campo largo convivano linee politiche incompatibili.
Fiato alle trombe
Federico Fornaro, deputato del Pd, sostiene che l’aggressione all’Ucraina da parte di Mosca «è un tema che non si sarebbe dovuto prestare a giochi di carattere politico» e che «serviva una discussione vera» del Parlamento. «Invece la paura di qualche emendamento, la paura di vedere una maggioranza che avrebbe potuto cedere o avere voti in dissenso» avrebbe spinto il governo alla fiducia.
Riccardo Ricciardi, capogruppo M5s alla Camera, insiste: «Abbiamo un governo che ha paura e non vuole affrontare uno dei suoi fallimenti più grandi, la scommessa sulla vittoria della guerra, vedremo se avremo un altro gruppo di centrodestra o se gonfieranno solo il petto per poi scappare o se andranno all’opposizione».
Angelo Bonelli, per Avs, parla di «deflagrazione della maggioranza. Un pezzo di maggioranza che attacca il suo stesso partito, una lotta di potere interno». Per questo invita la presidente del Consiglio «a chiarire in Aula il nuovo perimetro della maggioranza».
Riccardo Magi, segretario di Più Europa, vede nella mossa del governo «una porta aperta ai vannacciani in maggioranza». «In questo modo, infatti, il governo offre ai parlamentari di Futuro Nazionale la possibilità di votare contro il decreto Ucraina, ma a favore della fiducia a Meloni», spiega.
Centrosinistra: due strategie inconciliabili
Il Partito Democratico non presenta un proprio ordine del giorno sul decreto. Annuncia voto contrario alla fiducia ma favorevole al provvedimento, «in coerenza con quanto fatto in altri passaggi», precisa una fonte dem. L’unico testo riconducibile all’area Pd è quello di Paolo Ciani, deputato che in passato ha votato (o si è astenuto) in modo diverso dal gruppo sul tema Ucraina.
Nel documento si impegna il governo «ad accompagnare il sostegno militare con un deciso rafforzamento dell’iniziativa diplomatica dell’Italia, anche in sede europea e internazionale, finalizzata alla cessazione delle ostilità e all’avvio di negoziati credibili per una pace giusta e duratura; a sostenere e tutelare l’operato delle organizzazioni non governative e umanitarie impegnate in Ucraina, favorendone la sicurezza, l’accesso ai territori e il coordinamento con le istituzioni internazionali; ad operare affinché ogni iniziativa intrapresa sia coerente con i principi dell’articolo 11 della Costituzione e orientata alla riduzione del conflitto e alla prevenzione di ogni escalation militare».
Italia Viva e Azione
Italia Viva e Azione voteranno a favore del decreto ma contro la fiducia. Il partito di Calenda è fra quelli che hanno presentato ordini del giorno. Oltre a impegnare l’esecutivo a «confermare senza alcuna ambiguità, e fin quando ve ne sarà necessità» la «cessione all’Ucraina di equipaggiamenti, materiali e mezzi di natura militare» come «una assoluta priorità», l’ordine del giorno chiede di «promuovere e rafforzare forme di collaborazione con l’Ucraina finalizzate allo sviluppo, alla sperimentazione e alla diffusione di tecnologie e capacità nel settore dei droni e dei sistemi di contrasto ai droni».
Assieme a questo, Azione impegna il governo a «verificare che la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti di natura militare» sia «corrispondente alle effettive esigenze di protezione della popolazione civile ucraina».
Accuse incrociate e richieste di revisione dell’accordo all’Aja
Contrari i Cinque Stelle, che nell’ordine del giorno chiedono al governo di «imprimere una concreta svolta» diplomatica «con una prospettiva multilaterale per l’immediata cessazione delle operazioni belliche, in luogo della perdurante fornitura di materiali d’armamento alle autorità governative ucraine». Alla luce di questo, impegnano l’esecutivo anche a «promuovere ogni iniziativa negoziale utile a una totale de-escalation militare, coinvolgendo a tal fine le Nazioni Unite nell’ottica di un percorso di soluzione negoziale del conflitto per il raggiungimento di una soluzione politica, giusta, equilibrata, duratura».
E se Pina Picierno accusa il partito di Conte, ma anche Avs, di avere «le stesse posizioni di Vannacci», Carlo Calenda gli fa da eco e chiede a Renzi e Schlein come hanno in mente «di fare una maggioranza con Avs e M5s» se questi partiti «votano gli stessi emendamenti del partito di Vannacci. È implausibile». Il capogruppo M5s Riccardo Ricciardi si rivolge proprio ai deputati che guardano al generale: «Siete in ritardo di tre anni, peggio dei treni di Salvini: il gruppo dei vannacciani si sveglia oggi».
Quattro sono gli ordini del giorno presentati da Avs
Il primo prevede l’impegno per il governo «a sostenere la popolazione civile ucraina con l’invio dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti logistici, sanitari, ad uso civile, anche a tutela delle infrastrutture civili ed energetiche» e contemporaneamente «a interrompere la cessione di mezzi e materiali d’armamento in favore delle autorità governative dell’Ucraina».
Il secondo: «ad adottare le necessarie misure di sicurezza e di tracciamento, anche nelle opportune sedi dell’Unione europea, sui flussi di armamenti, rafforzando altresì i controlli sugli stessi, per evitare che l’Ucraina diventi un hub del traffico d’armi e che gli effetti del conflitto, anche dopo la sua auspicata cessazione, continuino a mietere vittime». Assieme a questi due punti, Avs chiede che sia rivisto l’accordo «sottoscritto dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’Aja, gli scorsi 24 e 25 giugno, che impegna i Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica ad investire il 5% del PIL per spese relative alla difesa e alla sicurezza entro il 2035».
Linee incompatibili
Il risultato è un fronte che denuncia la «deflagrazione» altrui mentre al proprio interno convivono linee strategiche incompatibili su armi, diplomazia e impegni internazionali. Voto favorevole al decreto ma contrario alla fiducia, armi come «assoluta priorità» contro richiesta di stop, revisione degli accordi Nato contro continuità negli aiuti: non un dettaglio procedurale, ma visioni alternative della politica estera italiana.




