Campania bloccata, Napoli sospesa: il fallimento di un sistema di potere

Scontri interni, familismo e slogan svuotano le istituzioni

La Campania vive da decenni dentro un sistema di potere statico, travestito da democrazia dell’alternanza. Un bipolarismo solo apparente che ha governato Napoli e la Regione come un feudo, impermeabile all’autocritica, refrattario alla responsabilità, ostile a qualsiasi reale rigenerazione della classe dirigente. A questo schema logoro si sono aggiunti i cosiddetti 5 Stelle, interpreti di una politica liquida, capace di sostenere tutto e il suo contrario, sempre pronta alla predica morale e mai alla fatica del governo. Attorno, come satelliti inevitabili, prosperano liste e listarelle dei ras locali, portatori di preferenze ma privi di visione, cultura istituzionale e senso dello Stato.

Il caos politico-amministrativo

Il risultato è un caos sistemico. Dai comuni più piccoli fino ai palazzi di Santa Lucia, la politica campana è paralizzata da conflitti interni, regolamenti di conti, vendette incrociate. Tutto tranne che governo. Castellammare di Stabia è un caso emblematico. Con l’insediamento della commissione d’accesso per infiltrazioni mafiose, il quadro politico-amministrativo è imploso. È un tutti contro tutti che rasenta l’autodistruzione: il Pd contro il proprio sindaco, il sindaco e i consiglieri contro De Luca junior, i 5 Stelle contro il sindaco. Nel frattempo la città resta sospesa, immobile, senza una direzione chiara, mentre la fiducia dei cittadini nelle istituzioni continua a sgretolarsi.

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Lo stesso schema si ripete sul fronte dei trasporti regionali, con l’EAV ridotta a simbolo plastico del fallimento gestionale: treni soppressi, infrastrutture fatiscenti, servizi indegni. E ora, per salvare una narrazione propagandistica ormai insostenibile, si cerca il sacrificio del delfino dello «sceriffo». Ma il problema non è l’uomo: è il sistema.

La politica ridotta a slogan

A tutto questo si aggiunge la deriva comunicativa di una politica che ha sostituito la complessità con lo slogan. Emblematica la castroneria sul salario minimo «che non esiste», spacciata come verità assoluta e amplificata da un ecosistema social fatto di semplificazioni, reel e analfabetismo funzionale. Una politica ridotta a contenuto virale, mentre i problemi reali restano insoluti.

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In Regione, intanto, le commissioni consiliari sono ferme: zero produzione normativa, zero controllo, zero visione strategica. Il motivo è sempre lo stesso: guerre fratricide tra partiti e partitini di bassa lega, più interessati a difendere rendite di posizione che a governare processi complessi. E come se non bastasse, il familismo politico raggiunge livelli patologici: ex sindaci che tentano di piazzare nei propri comuni due figli come consiglieri comunali, mentre i 5 Stelle restano muti, complici di fatto di ciò che fingono di combattere.

Napoli tra narrazione e realtà

Se poi allarghiamo lo sguardo a Napoli, il quadro diventa ancora più drammatico. La città viene raccontata solo attraverso red carpet, eventi patinati e narrazioni autocelebrative, mentre la realtà quotidiana è fatta di strade dissestate, manutenzione assente, overtourism fuori controllo che espelle residenti e snatura i quartieri. Basta spostarsi di pochi chilometri dal centro per trovare periferie abbandonate: terrazzi che crollano nelle case popolari, palazzi interi che si sfracellano al suolo, emergenze abitative ignorate per anni. Il traffico è impazzito, privo di regia, spesso governato di fatto da un esercito di estorsori del parcheggio abusivo, tollerati in nome di una falsa pace sociale.

Eppure Napoli e la Campania crescono. Crescono non grazie a chi governa localmente, ma grazie a una classe imprenditoriale sana, resiliente e competente, che ha saputo cogliere opportunità concrete. Una crescita resa possibile anche dalle politiche del Governo Meloni, che ha finalmente messo a terra progetti reali attraverso un utilizzo più serio, mirato ed efficace dei fondi del PNRR. Questo non è un giudizio politico: è un dato certificato dall’Istat. Non opinioni, ma numeri. Investimenti, occupazione, dinamiche produttive che dimostrano come, quando le risorse sono spese bene e orientate allo sviluppo, il territorio risponde.

Un’occasione frenata dall’immobilismo

Ma questa crescita resta incompleta, frenata dall’immobilismo, dall’assenza di visione e dal degrado amministrativo di chi governa Napoli e la Campania da anni. E allora non basta più denunciare: serve una soluzione. Il centrodestra locale, se vuole essere credibile, deve cambiare passo da subito, in vista delle prossime elezioni comunali. Deve smettere di limitarsi a essere «contro» le sinistre e iniziare a essere per un’idea chiara di città.

Serve una coalizione larga ma autorevole, fondata su contenuti e non su sommatorie elettorali; un programma serio su sicurezza urbana, manutenzione, mobilità, lavoro, casa, turismo sostenibile, periferie, politiche per i nostri minori; una nuova classe dirigente selezionata per competenza e non per fedeltà; un lavoro vero nei quartieri, non solo in campagna elettorale.

E soprattutto serve un candidato sindaco con un identikit preciso: un leader riconoscibile, credibile, autonomo dai capibastone, capace di parlare alla città reale e non solo ai salotti; una figura con esperienza amministrativa o gestionale solida, visione strategica, linguaggio chiaro, capace di ricostruire fiducia e soprattutto di riportare i cittadini al voto. Un candidato che sappia coinvolgere giovani e giovanissimi non con slogan vuoti, ma offrendo loro spazi veri di partecipazione, formazione politica e responsabilità. Mi verrebbe da dire: Se non ora, quando?

Napoli non ha bisogno di un uomo solo al comando. Ha bisogno di una guida forte dentro una squadra competente. Ha bisogno di una politica che torni a essere servizio, non occupazione del potere. Solo così si può battere il cattivo governo delle sinistre. Ma soprattutto, solo così si può riconciliare la città con la democrazia.

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