La protesta automatica sostituisce il confronto e svuota la politica
Esiste una forma di puntualità che non delude mai: quella del dissenso automatico. Qualunque cosa accada, qualcuno è già contro. Il resto è dettaglio. L’opposizione, in teoria, dovrebbe essere fatica. Studio. Scelta. Esporsi. Qui invece sembra diventata un riflesso nervoso: arriva una decisione, parte la protesta; emerge un dato, si grida allo scandalo; cambia una virgola normativa, scatta l’allarme democratico.
Tutto allo stesso volume, tutto con la stessa urgenza. E quando tutto è emergenza, niente lo è davvero. Il problema non è dire «no». È non saper fare altro. Negli ultimi anni si è consolidata una pratica che potremmo chiamare opposizione per occupazione di spazio: riempire l’agenda mediatica, non quella politica.
L’indignazione istantanea
Conferenze stampa che durano più delle proposte. Contestazioni su dettagli marginali elevate a crociate morali, mentre nodi enormi produttività, sistema industriale, attrattività del lavoro vengono evocati come si evocano le divinità: con rispetto formale e nessuna aspettativa concreta. Si scende in piazza contro provvedimenti che, al netto delle dichiarazioni incendiarie, hanno effetti limitati o comunque correggibili. Ma la correzione non interessa. Perché correggere implica entrare nel merito, sporcarsi le mani, accettare che la realtà sia meno pura dello slogan.
Meglio l’indignazione istantanea, che non lascia tracce ma fa curriculum interno. C’è poi una curiosa ossessione per il simbolo. Una norma secondaria diventa il segno di una «deriva autoritaria», una scelta amministrativa viene letta come il preludio di un collasso istituzionale. Tutto è sempre definitivo, irreversibile, storico. Salvo poi sparire dal dibattito nel giro di una settimana, sostituito da una nuova emergenza, identica nella forma e diversa solo nel titolo.
I cittadini come figura retorica
Nel frattempo, la collettività resta sullo sfondo. Quasi un fastidio. I cittadini reali quelli che lavorano male, guadagnano poco, si muovono in sistemi inefficienti compaiono solo come massa evocata, raramente come destinatari concreti di una proposta. Si parla a nome di qualcuno più che per qualcuno. E il paradosso è che questa opposizione finisce per rafforzare ciò che vorrebbe combattere. Perché un potere senza un’alternativa credibile davanti si irrigidisce, si chiude, si autolegittima. L’opposizione rumorosa ma inconcludente è un regalo enorme per chi governa: permette di dire «guardate l’alternativa» e passare oltre.
La mancanza di una scelta
Manca una cosa, più di tutte: la gerarchia. Tutto viene messo sullo stesso piano, tutto viene urlato allo stesso modo. Non c’è selezione, non c’è priorità, non c’è il coraggio di dire «qui sì, qui no, qui abbiamo sbagliato anche noi». Senza questo, la politica si riduce a una sequenza di reazioni, mai a una direzione. Non è una questione di ideologia. È una questione di metodo. E di onestà intellettuale.
Un’opposizione che non produce attrito reale, che non costringe il governo a migliorarsi, che non offre ai cittadini un’immagine plausibile di futuro, non è radicale. È solo stanca. E quando la politica diventa stanchezza organizzata, il paese se ne accorge. Anche se nessuno lo ammette apertamente.




